IL DELIRIO ANTI-PUTIN
Nel marzo scorso Hillary Clinton, ex segretario di Stato americano e probabile candidata liberal alla presidenza 2016, ha dichiarato che Vladimir Putin è come Hitler; la sua politica di difesa della minoranza russa in Ucraina sarebbe uguale alla difesa che il Fürher fece dei “tedeschi etnici” in Cecoslovacchia e Romania, prima dell’invasione dei due paesi da parte della Germania; come a dire anche Putin si sta preparando all’invasione.
La Clinton non è nuova a queste acrobazie concettuali: fu lei a giustificare la guerra in Libia del 2011 con una previsione inventata su una follia giuridica (lo abbiamo spiegato qui).

Qualche giorno fa sul New York Times, Thomas Friedman, influente intellettuale dell’establishment di Washington, ha rincarato la dose: non solo ha dato ragione alla Clinton ma è andato oltre affermando anche che Putin usa la propaganda come la usava Goebbels.
Sul principale quotidiano americano, Friedman si è scagliato contro un capo di Stato estero con una violenza raramente vista, definendolo addirittura un “Thug” termine per indicare un delinquente o un gangster.

IL BRAND HITLER
L’uso dell’iperbole hitleriana e nazista per identificare periodicamente il nemico assoluto, è ormai una pratica consuetudinaria nel linguaggio delle leadership statunitensi (e in genere occidentali).
Hitler è il brand perfetto per qualsiasi operazione di marketing distruttivo; un consolidato packaging, un confezionamento perfetto per vendere cianfrusaglie propagandistiche negli scaffali dei media democratici e occidentali.
Paragonare qualcuno a Hitler significa negargli legittimità politica e civile. Significa trasformarlo in un nemico assoluto, provocando (o pensando di provocare) una reazione viscerale nell’opinione pubblica.
Nel linguaggio della diplomazia, significa in realtà ben altro: che non lo si riconosce più come interlocutore politico e che le vie della mediazione sono praticamente finite.
E così, negli anni, abbiamo visto moltitudini di novelli Hitler divenire l’incubo per l’America:  lo fu Saddam Hussein per Bush padre; il serbo Milošević per Bill Clinton; il siriano Assad per John Kerry (nel momento in cui gli Usa pensavano di intervenire in Siria); e ora Putin.
Ovviamente ai falchi di Washington manca il senso della storia: paragonare un Presidente della Russia a Hitler tralascia il piccolo particolare che quel paese pagò un tributo di sangue di milioni di morti (civili e militari) per fermare l’invasione nazista.

Se la storia vivesse di paradossi  ironici ci sarebbe da sorridere del fatto che, per fermare il Putin/Hitler, gli Usa si apprestano ad inviare armi e aiuti che andranno a finire ad armare anche i reparti neonazisti che compongono l’esercito della nuova democratica Ucraina; contraddizioni del politically correct.
Una storia già vista anche nel caso dell’Isis. Forse è per questo che Friedman nel suo articolo ha affermato che la partita sull’Ucraina conta più di quella contro i jihadisti del Califfato.

SOROS VUOLE METTERE L’ELMETTO (AGLI ALTRI)
La realtà è che l’élite che prova a governare i processi globali ha deciso di spingere sull’acceleratore del conflitto e per giustificare questo è costretta a ricorrere alla criminalizzazione assoluta dell’avversario.
Non è un caso che qualche giorno fa l’illuminato finanziere George Soros (sempre lui), che a Novembre intervistato da France24 aveva gentilmente definito la Russia uno “Stato-Mafia”, ha deciso di tornare sull’argomento dettando la linea agli europei su ciò che devono fare. In un lungo saggio su The New York Review of Books, ha spiegato come le sanzioni alla Russia servono a trascinare il paese in default e per questo devono essere mantenute; e ha consigliato caldamente gli europei di trovare risorse economiche aggiuntive , “anche in maniera non ortodossa”, da dare all’Ucraina per farla uscire dalla crisi economica e consentire di rafforzare l’attuale leadership (ovviamente per il bene dell’Europa stessa e per il trionfo della democrazia).
D’altronde che in Ucraina si muovano interessi che coinvolgono direttamente membri dell’attuale amministrazione Usa, lo rivelammo in questo articolo dell’Agosto scorso. La domanda è se quegli interessi per i quali irresponsabili élites intellettuali e finanziarie sono disposte a rischiare tutto, sono anche gli interessi dell’Europa.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

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