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Nel 2015, gli Stati Uniti hanno lanciato in Medio Oriente oltre 23.000 bombe; di queste, quasi il 95% (22.110) su Iraq e Siria nell’ambito della campagna militare contro l’Isis; 947 sull’Afghanistan, 58 sullo Yemen, 18 in Somalia e 11 in Pakistan.
I numeri sono elencati in un articolo di Micah Zenko, importante analista internazionale del Council on Foreign Relations, uno dei think tank legati al Dipartimento di Stato americano; si tratta, quindi, di una fonte credibile sia per professionalità, che per allineamento alla politica estera Usa. Zenko utilizza però questi dati per dimostrare l’inefficacia della strategia militare americana contro l’Isis.

30.000 – 25.000 = 30.000?
Nel novembre scorso il Pentagono aveva stimato a circa 23.000 il numero di combattenti islamici uccisi dalle bombe americane dall’inizio del conflitto.
Nella conferenza stampa d’inizio 2016, il colonnello Steve Warren, portavoce dell’OIR (Operation Inherent Resolve) ha dichiarato che nel mese di Dicembre altri “2.500 jihadisti dell’Isis sono stati uccisi dagli attacchi aerei della coalizione”.
Eppure i conti non tornano: secondo lo stesso Warren, il numero di combattenti del Califfato è stimato a 30.000 unità, lo stesso numero che indicò la Cia un anno fa (tra i 20.000 e i 31.000). Come giustamente si chiede Zenko, non è possibile che 30.000-25.000 dia come risultato 30.000. Le cose sono due: o i militanti dell’Isis vengono fabbricati in laboratorio oppure i numeri Usa sono sbagliati.

6 MORTI CIVILI?
Oppure c’è una terza ipotesi che Zenko sembra suggerire e che risponde ad una domanda che viene sempre elusa dai vertici militari di ogni paese: quanti morti civili produce questa strategia?

Oltre i freddi numeri ufficiali che elencano gli obiettivi militari colpiti, quelli petroliferi, i chilometri quadrati riconquistati in Iraq o quelli strappati all’Isis in Siria, conoscere questo dato è fondamentale non solo per le ricadute morali sull’opinione pubblica occidentale ma soprattutto per spiegare perché l’Isis, nonostante i rovesci militari, continui a reclutare combattenti.
Il generale Robert Otto, vice Comandante dell’Intelligence dell’Air Force è stato chiaro: Ogni volta che per sbaglio uccidiamo donne, bambini e uomini innocenti, si genera una reazione che produce 10 nuovi terroristi ogni 3 uccisi”.

Le autorità americane hanno riconosciuto la cifra di 6 morti civili negli ultimi 17 mesi di bombardamento. Ma come Zenko ha dimostrato in un altro articolo su Foreign Policy questa cifra è irrealistica; nonostante le precauzioni messe in atto nelle regole d’ingaggio e l’addestramento dei piloti della coalizione finalizzato ad evitare i cosiddetti “danni collaterali”, è praticamente impossibile raggiungere il codice operativo “NCV=0″, vale a dire “zero vittime non combattenti”.

Secondo Airwars, un’organizzazione no-profit con sede a Londra che raccoglie tutti i dati relativi “alla tracciabilità e all’archiviazione della guerra aerea internazionale contro lo Stato islamico e altri gruppi, sia in Iraq che in Siria”, ad oggi sono tra i 1800 e i 2400 i civili non combattenti uccisi dai bombardamenti della coalizione; bombardamenti di cui il 69% compiuto dalle forze armate Usa e il 31% dagli alleati (in testa Gran Bretagna, Francia e Olanda).

Numeri terribili che rendono tragicamente paradossale la polemica innescata da Washington contro Mosca sulle vittime civili dei bombardamenti russi e che forse, aiutano a spiegare perché l’Isis continua a riprodursi.

CONCLUSIONE
Qualcosa nella strategia occidentale non funziona se è vero che negli ultimi dodici anni, nonostante le innumerevoli guerre internazionali all’islamismo e i costi umani ed economici generati, le organizzazioni terroristiche riconosciute dal Dipartimento di Stato americano sono passate da 34 a 58; o in paesi devastati da anni di guerre la situazione è peggiorata, come in Afghanistan dove  oggi i Talebani controllano un territorio maggiore di quello che controllavano nel 2001.
La guerra all’Isis durerà anni essendo il prodotto di una strategia del caos generata dalla Primavera araba. Lo Stato islamico non sarà sconfitto con le bombe dall’alto. A Washington lo sanno bene; e forse, questo, è proprio ciò che qualcuno vuole.


Su Twitter: @GiampaoloRossi

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