Si fa presto a dare un calcio alla maratona: basta un’ora e mezzo. Novanta minuti su un campo di calcio  e <lunghi>, ripetute e scatti in salita su un maledetto ponte della tangenziale li butti  via nel sospiro di un tackle. Allunghi la gamba, ti ricordi che quando avevi vent’anni <entravi in scivolata> e il quadricipite della tua coscia e la tue caviglie ti si rivoltano contro.  E’ la resa,  tutta in una smorfia. Con chi ti sta attorno a dire: <Ma caspita, se ti alleni tutti i giorni…>. Non è la stessa cosa: sono due mondi. Il calcio sta alla maratona come il curling all’hockey su ghiaccio. Corri, ti fermi, riparti, calci e a nulla vale se sei pronto per farti 42 chilometri in 3 ore e 30 o se <chiudi> un mezza in un’ora e 28. Con la palla tra i piedi probabilmente servono altri muscoli.  E te ne accorgi  qualche ora dopo la doccia perchè fai fatica a far le scale e  cammini che sembri Pinocchio. Chi prima di darsi alla corsa di fatica ha giocato a calcio sa che va a finire così. Sa che la <partitella> è un tormento, che si rischia di farsi male e che <poi la paghi…>. Però non si può dire di no a una sfida tra i colleghi del Giornale, alla mitica maglia dei <sorci verdi> che hanno dominato il Palumbo  quando  il torneo della stampa era un torneo vero e la Gazzetta perdeva con noi in finale.  C’è la squadra. Ci sono i triangoli di prima con Rudy, Max che ti chiede di giocare più alto, Vittorio che segna ma non la passa, il Deca che scende e Bonessa che s’incazza. Così fai la borsa, ci metti dentro un paio di scarpe con i tacchetti e vai incontro al tuo destino.