Nessuna medaglia ai mondali di atletica di Berlino. Non si è aperto neppure il paracadute di Alex Schwazer che, diciamolo subito, se avesse trionfato nella marcia non avrebbe comunque salvato la spedizione azzurra. Così non resta che gioire per un settimo posto nell’asta di un ritrovato Giuseppe Gibilisco. Un po’ poco per una nazionale che da Mennea a Baldini, da Cova alla Dorio alla Simeoni ha sempre fatto bottino. Troppo poco se si considera la nostra storia. Ma il presente purtroppo è questo. Non so e non mi interessa sapere se ci siano colpe, responsabilità, cosa serva cambiare o quale sia la ricetta per ricominciare e ripartire. Già <ripartire>, perchè questo ha detto il presidente del Coni  Gianni Petrucci  visto che in Germania il movimento, sempre parole sue, ha <davvero toccato il fondo>. Chi dell’ atletica conosce i segreti  è convinto che per riportare gli azzurri sul podio serva una vera e propria rivoluzione a cominciare dai tecnici federali giudicati un po’ troppo conservatori, soprattutto di loro piccoli privilegi. Ma così capita sempre anche nel calcio: se Lippi non dovesse vincere in sudafrica di lui si direbbero esattamente le stesse cose.  Io che di segreti non ne conosco dirò invece una banalità. Credo che per <ripartire> si debba fare un grande rivoluzione culturale sui banchi delle scuole. In un Paese dove, ieri sera, alla domenica sportiva dei mondiali di atletica non c’è stata praticamente traccia; in un Paese dove il rigore su Milito <vale> mezz’ora di dibattito tra Bagni, Teocoli e Tombolini; in un Paese dove  bimbi di 5 anni se fanno goal si portano la mano all’orecchio e scimmiottano il gesto di Luca Toni; in un Paese dove ciò che certi genitori dei bimbi di 5 anni fanno sugli spalti fa venir la nausea; in un Paese dove  spesso non ci sono le palestre; in un Paese che a Milano non ha una piscina olimpica o una pista di atletica decente ma progetta di organizzarci le olimpiadi; in un Paese che , sempre a Milano, tira le uova e insulta i maratoneti…Bene in un Paese così perchè un ragazzino dovrebbe mai innamorarsi della corsa, del salto o della fatica di un maratoneta? Io la risposta non la trovo ma credo che i nostri dirigenti dello sport dovrebbero cominciare a chiederselo.