La prima maratona val bene un compleanno…sfidando il caldo
<Guarda che ti hanno cercato dal secondo piano…>. Da noi al secondo è un piano c’è la presidenza ed alcuni uffici amministrativi importanti, quindi ogni volta un po’ di apprensione c’è. Però ieri era domenica e quindi ho capito subito che il motivo non poteva essere professionale. C’era qualcos’altro. E che quel qualcos’altro avesse molto a che fare con l’undicesima edizione della Milano marathon l’ho capito stamattina quando dopo la riunione di redazione ho chiamato la segreteria. “Buongiorno, le passo Alessia Berlusconi….” mi hanno risposto. Pausa, musichetta ed ecco chiarito il ”giallo”. “Ciao, sai che ieri ho finito la mia prima maratona…Ho aspettato a raccontartelo perchè non volevo fare figure , avevo paura di non arrivare. Ma mi vergogno un po’ a dirti il tempo, ci ho messo 5 ore e mezzo… ”. Cinque ore e mezzo sono tante ma alla prima maratona e in una giornata caldissima come quella di ieri credo il tempo conti davvero poco. Anzi, non conta nulla: l’importante era arrivare. E infatti ho dato un’occhiata alla classifica finale pubblicata dalla Gazzetta e mi sono reso conto che non sono stati in tanti quelli che ce l’hanno fatta: poco più della metà. E allora ho chiesto ad Alessia come mai avesse scelto prorpio Milano per avvicinarsi ad una maratona…” Perchè mi sono voluta fare un regalo per il mio compleanno. Un compleanno importante…>. Un bel coraggio, viste le temperature. Ora però riposo. Così mi ha raccontato che riprenderà a correre con la bici da corsa e che a ottobre comincerà a preparare la seconda maratona della sua “carriera” da runner alternando i lunghi con lo sci alpinismo che è un po’ la sua passione. Nessuna intenzione di smettere con la corsa però. La prima maratona non si scorda mai, ma anche la seconda, la terza….Benvenuta tra noi.

Emozionanate, hai reso molto bene cosa significhi correre su una hand-bike…
IL MIO GURU/AMICO/ONCOLOGO FILIPPO SPREAFICO RACCONTA LA MIA MILANO CITY MARATHON 2011 DALLA SUA MOUNTAINBIKE.
Alla Milano City Marathon dall’alto di una handbike
Fortuna ha voluto che mi infortunassi la settimana prima della maratona di Milano. Dico fortuna perché questo non mi ha impedito invece di seguire il mio amico e atleta handbiker Alessio Sala, pettorale W13, come suo accompagnatore in bicicletta. Alessio ha iniziato l’handbike solo l’anno scorso, due Stramilano ed una maratona all’attivo. Ha “scelto” questo sport poiché non ha un arto inferiore, amputato per un osteosarcoma. Ma non voglio parlare di tutte le difficoltà della sua malattia, con cui ha combattuto per oltre 20 anni, in un momento di gioia come quello di oggi.
Rho fiera, ore 9.15, partenza. Si parte prima degli atleti podisti, si fa da apripista. Questo non è un vantaggio per un atleta che sfreccia ad una spanna dall’asfalto, con un mezzo lungo circa 2 metri ed un raggio di curvatura limitato, quando gli ingranaggi della organizzazione sul percorso non sono ancora oliati dal passaggio dei primi top runners. Al secondo bivio, una curva a destra non segnalata, dritti: seconda stella a destra questo è il cammino, poi dritto fino al mattino poi la strada la trovi da te. Alessio trova spazio per girare il suo TIR e riparte forte, è regolarissimo, è un atleta.
Avevo un’ idea confusa della handbike (in verità non solo una). Ho capito dalle espressioni del suo viso che la handbike non è una bicicletta. Nel nome, handbike, hands pesa mille volte più di bike. Dimenticate la potenza dei quadricipiti, i muscoli più forti del corpo, che spingono con movimento alterno i pedali e due ruote. Gli handbikers usano la forza delle braccia, chi riesce anche del busto, che parallelamente mettono in rotazione la guarnitura. Avete presente quando si fanno ruotare con la mano i pedali a bici capovolta per mettere l’olio sulla catena, così per 42 Km. Alessio è come se corresse la maratona sulle braccia. Ripeto, non c’entra nulla l’andare in bici; ecco perché gli handbikers gareggiano con i podisti, non con i ciclisti. Il ritmo che Alessio tiene, con i limiti oggettivi delle sue cicatrici, con le raffiche di vento ed il caldo, è quello dei runners in testa alla gara, appena sotto i 3 minuti al Km, che spingano braccia o gambe. Non mi faccio raggiungere, mi dice. Una volta Alessio scappava dai medici, se ne andava dall’ambulatorio senza farsi visitare (me lo ha ricordato proprio prima della partenza), adesso scappa dai keniani, e insieme a tutti i suoi medici.
Il poliziotto staffettista che lo affianca libera un sorriso dopo i primi 10 km, affascinato anche lui dalla forza, non solo fisica, dell’atleta Alessio. Già dal 20° Km lo incita con noi. Correre a 15 cm dall’asfalto è pazzesco. Si sente ancora di più il caldo, le centinaia di bottigliette di plastica e spugne lasciate dai podisti nei tratti a doppio senso di marcia si incagliano sotto la bici. I rifornimenti, ben piazzati e ben forniti, sono inaccessibili agli handbikers, che con un braccio alzato a gancio dovrebbero sondare alla cieca un tavolo nella speranza di afferrare un bicchiere pieno senza rovesciarne 100 (ndr nel frattempo l’altro braccio rimane l’unico che corre). Per questo l’organizzazione consente la scorta di un accompagnatore al seguito, che lo rifornisce.
I passaggi di Alessio sono impressionanti per regolarità. Alla mezza passa meglio del suo personale alla Stramilano. Adesso crolla, mi dico. I cavalcavia sui navigli sono lo Stelvio per un handbiker, le rotaie del tram delle voragini, il pavé è quello di Roubaix, le vibrazioni e le sollecitazioni fortissime (sono solo a 15 da terra).
Il passaggio tra le ali di folla ai cambi per le staffette è bellissimo. Tutti lo incitano, serve per riprende ritmo.
È finita, 2 ore 11 minuti. Un minuto soltanto dal vincitore podista. La seconda metà di gara tenuta come un campione. La gioia della fatica dopo lo sforzo avvicina tutti, abili, diversamente abili, diversamente.
Un amico di Alessio