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Lo sterrato,  il fango, i sassolini che scrocchiano,  i tasselli delle ruote  che sull’asfalto fanno un po’ di resistenza ma che cancellano anche le asperità dei tratti di pavè. C’è il naviglio da una parte e dall’altra la sponda del Ticino. In mezzo la terra di nessuno che si perde all’orizzonte tra un antico profumo di legna bruciata nei camini delle cascine e i solchi lasciati nei campi lavorati dall’andirivieni dei trattori. Strade, stradine, sentieri, prati,  marcite che,  senza la traccia del Garmin, diventano un dedalo da cui è quasi impossibile venir fuori.  E’ un attimo perdersi nel nulla di una pianura che è solo a una ventina di chilometri da Milano ma sembra un mondo lontano, distante e silenzioso. Perchè la magia è quella. E’ che pedali per tre, quattro, cinque ore  e non incontri un’auto. Nessuno che ti sfiora, che romba, che accelera, sgasa e suona. Qui non sei d’impiccio. Qui la magia è il silenzio che tra i boschi a volte sembra quasi irreale e un po’ ti inquieta quando la colonna sonora della tua giornata d’abitudine è il caos milanese. Magia della gravel.  Che in inglese significa ghiaia e che si traduce in un mezzo fantastico che è una via di mezzo tra una bici da corsa e una mountainbike  e che ti permette di andare praticamente ovunque. La gravel è la misura perfetta quando la misura è colma,  per chi ne ha abbastanza del traffico, dei camion che ti sfiorano,  del fumo degli scarichi. Serve a dare un taglio, a cambiar strada magari conquistati da un ciclismo più da viaggiatori che da velocisti.  E su questa via in parte sterrata e in parte no si sono avventurati ieri partecipanti alla seconda edizione della “Milano Gravel roads” , la sfida ciclistica organizzata da Turbolento che quest’anno in occasione del  Centenario Columbus 1919-2019, la storica azienda milanese che da cento anni produce tubi speciali d’eccellenza per biciclette (e non solo),  è diventata  la “Columbus 100 km” e la “Columbus oversize 155km”.  Un giro di 150 chilometri  tra canali, sterrati e stradine del Parco Sud e del Parco Ticino in un triangolo  che va da Milano a Vigevano a Pavia. Una pedalata faticosa il giusto e senza tempo perchè qui non vince nessuno anche se poi in realtà vincono tutti. Un viaggio alla scoperta di un territorio dove ancora si lavora la terra e che nasconde i segni di un passato che ci ha lasciato in eredità gioielli come la ville storiche sui navigli, la piazza Ducale di Vigevano o l’abbazia di Morimondo.  La bici come sempre riesce a mettere insieme tutto.  Incolla le emozioni  in  una filosofia  che, anche per chi non vuol capire è facile da spiegare. Pedalare è un modo per star bene,  per ritrovare gli equilibri, per prendersi una pausa e tornare a pensare. Si va più lenti, senza fretta, sulle strade meno battute in assoluta libertà, cambiando i ritmi perché è facile fermarsi e ripartire. Con le deviazioni inaspettate, con le mappe che spesso si perdono, con le soste impreviste perché si incontra un borgo, una trattoria, uno scorcio che merita una foto. Con il sole, con la pioggia, con gli imprevisti perché capita (eccome se capita…) di forare e di riparare, di sporcarsi le mani di grasso, di dovere fare i conti con qualche bullone che si allenta, di dovere metter mano a brugole e cacciaviti. Pedalare è sudore, sono gambe che fanno male,  vento sempre in faccia, freddo e mani che si informicolano. Pedalare è spesso solo fatica. Ma con una bici ciclocloss  nel fango di uno sterrato te la godi in silenzio solo tu. Vuoi mettere?