Jamestown è il nome del villaggio sorto nel luogo raggiunto nel maggio 1607 da una spedizione inglese della Virginia Company, con 108 uomini e tre navi, per costruire il primo insediamento stabile nel “Nuovo mondo”. Poche case, ovviamente di legno, una chiesa e alte palizzate per difendersi dagli indigeni. E’ il villaggio dove, qualche anno dopo, il capitano inglese John Smith ebbe una relazione con Pocahontas, figlia del capo tribù Powhatan. Nell’inverno tra il 1609 e il 1610 una durissima carestia causò la morte dell’80% dei coloni. In pochi riuscirono a sopravvivere. Come fecero a non morire tutti di fame? Gli storici se lo sono sempre chiesti. Ora forse una risposta c’è. Quei poveri disperati fecero ricorso al cannibalismo. Lo rivelano gli archeologi dello Smithsonian Institute di Washington, che hanno analizzato a fondo le ossa di una giovane 14enne riscontrando evidenti segni di cannibalismo.

Un recente scavo nel villaggio, tra i più antichi in America, ha rivelato i resti non solo di cani, gatti e cavalli mangiati dai coloni in quel terribile “inverno della fame”, ma anche le ossa di una ragazzina che i ricercatori hanno chiamato “Jane”. Il cranio mutilato e alcune ossa delle gambe, tagliate in modo inequivocabile (“con la tibia spezzata con un singolo colpo, come quello per macellare una mucca”), non hanno lasciato dubbi agli studiosi. Non è stato possibile stabilire se la ragazzina morì di morte naturale o fu uccisa.

Il museo di Jamestown

Il video sul cannibalismo tra i coloni

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