Questo blog è ciò che è, una successione di fatti: quello che vedrete e leggerete di buono e di cattivo, di ruvido o di vellutato. Altro non si può onestamente dire: come suggerì il filosofo, su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

Una volta mi capitò d’avere in barca un montanaro. Era notte e la nostra rotta si specchiava nelle stelle. Sostenne che andare per monti fosse uguale ad andare per mare, toccasse le medesime corde emotive, esprimesse lo stesso amore per la natura e gli animali. Può darsi, risposi. Nel decennio successivo mi sono interrogato più volte sulla questione, eppure il senso della differenza ancora mi sfuggiva.

Una sera, ricambiavo visita ad alta quota, udii un vecchio scalatore raccontare della sua passione: “La montagna – mi disse – non è solo natura… è solidità e ricerca d’equilibrio anche personale. C’è dentro il rischio di salire, di raggiungere un risultato, di compiacersene dalla cima di una vetta. Contempli e stai bene: lo sforzo ti ripaga, rinfranca cuore e animo. E’ un cammino lineare, semplice, pulito, come una fune che va dalla partenza al traguardo”. Fu proprio quella sera che il fuoco mi rischiarò la mente.

La gente di mare cerca qualcosa di diverso, non meglio o peggio, forse solo un po’ anomalo, come anomalo può apparire l’elemento fluido a un terricolo. La stasi ci opprime, il viaggio ci esalta, l’orizzonte sempre nuovo è la nostra meta.  

Visto dal mare, il mondo cambia aspetto: si direbbe un incidente di percorso, un’interruzione nell’incessante scorrere delle galassie. Il mare è riverbero delle nostre vite, ci rammenta l’oscuro dal quale partimmo. Il suo cammino non è lineare, ma circolare. Le maree vagano senza sosta pur restando immobili perché, com’è noto, l’onda è solo illusione sensoriale: energia che si trasmette mentre l’acqua, in ogni punto, rimane la medesima.

Il mare è dunque il cerchio, l’enigma dell’eterno ritorno. Non c’è regola, nel caos primordiale, e il movimento incessantemente si proietta in se stesso. Metafora della condizione umana, è l’energia che ti pervade l’animo, l’attraversa, lo scuote. Ma l’uomo può restare uguale a se stesso, se non riflette quella stessa energia che l’ha pervaso – forse seminando germi di cambiamento.

Ne ho dedotto che il mare è l’abisso che portiamo dentro, l’inquietudine che accetti di vivere. Nella solitudine non contempli nulla, se non la tua anima. Forse è per questo che la gente di mare rovescia la sua rotta in cielo, e insegue stelle. Forse è per questo che ruba vento, per farselo amico. 

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