Siamo ben povera cosa di fronte alla natura. New York si scopre gigante con i piedi d’argilla, ripetono banalmente i commentatori. Eppure ormai ogni anno un uragano tropicale sale a far visita alle metropoli del Nordamerica. Katrina, Irene, e ora Sandy. Colpa dell’acqua dell’Atlantico, dicono gli esperti, che si fa sempre più calda: effetto secondario, ma di tutto rilievo, del riscaldamento del pianeta che al Polo scioglie i ghiacci e non fa prevedere nulla di buono per il futuro. Il presidente Obama prega e, a uso propaganda, recita frasi di rito: “Prima la sicurezza della gente, delle elezioni ci occuperemo poi”. A ruota lo sfidante Romney, che ha il buon gusto di non polemizzare (lì non si usa, specie quando ci sono morti per calamità). Ma sono coccodrilli e lagrime di coccodrillo. Nessuno dei duellanti ha trovato tempo e voglia di toccare il tema del riscaldamento globale nella propria campagna presidenziale. Neppure uno straccio di soluzione nei loro programmi. Chiunque sia l’occupante della Casa Bianca, permane la folle e ipocrita politica americana sull’ambiente: fuori da quasi tutti gli accordi internazionale, boicotta i vertici e si mostra sempre ostile verso qualsiasi impegno concreto che (almeno) freni l’escalation. Così il pianeta Terra si appresta a prendere le sue contromisure, e non è detto che conservi a lungo condizioni adatte alla proliferazione della specie che solo in virtù della propria presunzione può autocelebrarsi come “sapiens”. Dinosauri sono, questi politici, e per le loro colpe finiranno per estinguersi. Il guaio è che noi con loro.

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