Raramente i contemporanei hanno piena percezione di ciò che accade. Capita oggi con il sistema dei partiti della cosiddetta Seconda repubblica, notoriamente imperniata sull’esistenza di Berlusconi in politica, e ora costretto alla totale ristrutturazione che si compie sotto i nostri occhi. Ma se è facile collegare all’uscita di scena del Cavaliere al marasma del Pdl, la cronaca spicciola confonde le idee sul “fine corsa” di Antonio Di Pietro. Che deriva anch’esso dalla stessa imprescindibile inutilità politica adesso che non vi è il nemico da combattere. Sono in atto una serie di reazioni a catena, insomma, che spiegano per esempio le inquiete traiettorie di Casini come i movimenti dei comunisti d’ogni ordine e grado (Vendola, Diliberto, Salvi, Ferrero). Anche il fenomeno Renzi che mette a rischio il Pd deriva da questi sommovimenti. Ma finora il partito di Bersani, grazie all’eredità storica dell’unanimismo Pci (nonché per una capacità intrinseca di gestire il potere) è l’unico ad aver messo in campo poderosi anticorpi per superare indenne il suo essere “fuori tempo”. L’ha ben capito l’intellettuale di sinistra (già socialista ed inventore dei “girotondi”) Paolo Flores d’Arcais che, pur di abbattere questo partito posticcio e tentacolare, ha proposto di votare alle primarie per Renzi e, subito dopo, alle politiche, per Grillo. “Se vince Renzi, il Pd si sfascia” è una scommessa che ha un suo indubbio fascino perché, privato sia del collante anti-berlusconiano che di quello delle poltrone, il Pd perde ogni senso (non avendo come si sa alcuna anima). Si libererebbero così energie e forze capaci non solo di dare al Paese una nuova sinistra, ma anche a rendere il quadro politico italiano chiaro ed europeo. Il fatto che l’idea preoccupi e sia sembrata “bizzarra” a Eugenio Scalfari, in fondo, non fa che alimentarne un alto contenuto seduttivo.

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