Quanto costa la politica in Italia, sia pure a fatica, lo stiamo imparando da anni. Torrenti e torrenti di denaro pubblico scendono giù a cascata in un grande fiume dalle mille correnti, per poi sfociare in un lago talmente vasto, profondo e limaccioso da rendere totalmente e fatalmente indistinguibili le tracce, i pesci che se ne nutrono, le responsabilità a monte. E’ in questo processo per così dire “liquido” che fatalmente si sono rifugiati, oltre che i politici, affaristi, faccendieri, profittatori di ogni ordine e grado, dunque anche di quello più minuto e, all’apparenza, insignificante. Ma oggi come oggi è chiaro come anche l’essere più insignificante che nuota in queste acque lo fa a discapito di noi comuni mortali, relegati sulle rive a osservare (mai o quasi mai passano cadaveri).

Sappiamo che nella prima Repubblica i canali che dragavano maggiore linfa erano quelli delle strutture dei partiti, accresciutisi secondo il fenomeno weberianamente conosciuto come “elefantiasi degli apparati”. Guerra fredda, scontro ideologico eccetera rendevano i partiti “domini” capaci non solo di fare e disfare, ma strutturalmente essenziali al gioco della politica. Capaci, perciò, di sostituirsi anche allo Stato (fondamentalmente coincidenti con lo “Stato”) nell’assumere persone direttamente o indirettamente, nel regolare la vita imprenditoriale e gli assetti finanziari, nel “tosare” i cittadini coinvolgendoli nella guerra che si svolgeva (sulla carta) altrove, tra Occidente e Comunismo.

Questo mondo è finito con la perdita dell’importanza strategica dell’Italia, come si sa, all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Una fine “vischiosa”, lenta e foriera di residui. La seconda Repubblica nasce sull’equivoco di farla finita con le strutture dei partiti  – gettare per reazione il bambino con l’acqua sporca – e nell’illusione di adeguare l’Italia al nuovo schema, con una politica moderna e democratica che costasse il giusto ai contribuenti. Abbiamo visto che, per un complesso di cause che non è il caso qui di richiamare, era uno specchietto per le allodole. I partiti da “pesanti” divenuti “leggeri”, non per questo sono diventate barchettine lievi sul lago della politica. L’affluire copioso di denari prelevati in ogni modo dalle casse dello Stato ha “ingolosito” ogni singolo politico, così che abbiamo assistito persino alla nascita di molte formazioni nate attorno a una sola persona, “ditte” one single man dai contorni pressoché artigianali ma dai costi pesanti sulla collettività. Casini, Mastella, Diliberto, Storace, Di Pietro per dire i più noti; un agire scandaloso divenuto ancora più eclatante man mano che scadeva la personalità politica e il numero degli adepti (dal Movimento degli italiani all’estero di De Gregorio ai Responsabili di Scilipoti).

In aggiunta a questo fiorire di ninfee velenose nel pantano politico, continuavano a pesare anche le strutture di qualche partito vecchia maniera (in particolare il Pds-Ds-Pd), ma soprattutto gli schemi affaristici cui era intrisa la prima Repubblica, gli intrecci di malaffare, la fantasiosa capacità profittatoria dell’italiano che, nel suo piccolo, e’ riuscito a ritagliarsi uno stipendio ricco, una postazione prestigiosa anche se del tutto superflua (dal Cnel all’Ice, dai mille posti di addetti stampa alle diecimila poltrone di funzionari di enti inutili). Un costo gigantesco che, oggi, affoga l’Italia e non le permette di aggrapparsi ad alcun salvagente risolutivo.

Fatta questa doverosa, purtroppo lunga premessa, la domanda che dovremmo realmente farci oggi non è se privilegiare il finanziamento pubblico (che si vede a che tipo di irresponsabilità collettiva ci ha portato) o quello privato (che mostra profili di rischio persino peggiori, dall’ambiguità del rapporto tra politico e finanziatore alla possibilità che la politica torni a essere in esclusiva un “affare per ricchi”). La domanda giusta dovrebbe essere un’altra: quanto deve costare la politica? E, soprattutto, soldi per fare che cosa? Ottenere il consenso dei cittadini, con lo strapotere della Tv e l’avvento del Web, rende ancora necessari apparati smisurati, convention megagalattiche, campagne elettorali faraoniche? Beppe Grillo, attraversando a nuoto lo Stretto di Messina, ha speso un migliaio di euro (assicurazioni varie, noleggio barche e furgoni) e consentito al 5 Stelle di diventare primo partito in Sicilia. Non può essere un esempio, si dirà, considerato che nel Belpaese i nuotatori sono merce rara.

Ma quanto costa e quanto rende, invece, una Leopolda renziana di tre giorni? Centomila euro, come sostiene lo staff del sindaco, o 250mila come sospetta velenoso l’ex tesoriere Ugo Sposetti, lista alla mano? E siano pure centomila euro, ma i dodicimila entusiasti che hanno partecipato alla riunione sono stati davvero persuasi dalle idee lì esposte o non erano piuttosto già convinti supporter? Gli indecisi (pochi) che eventualmente ci fossero andati e alla Leopolda sono diventati renziani, non sono magari vittime di un moto scenografico, più che dalle forza delle idee (che avrebbero potuto trovare, d’altronde, in qualsiasi sito Web o persino in qualche dibattito televisivo)? Allora a che cosa servono i mega-raduni? Ancora, come una volta, ad accrescere il tratto identitario e confortare lo spirito di gruppo? O non piuttosto a intrecciare legami d’affari, promesse di futuri legami e favori, farsi vedere per un giorno e farsi ricordare (e benvolere) per sempre? A noi sembra che il costo della politica alimenti kermesse e sistemi di casta che non soddisfano una politica di massa sul modello dello show-business all’americana. Bensì, ancora una volta, una politica basata sul privilegio e la raccomandazione, in una ripetizione all’infinito della macchina infernale di questo Paese. Motivo in più, dunque, per dirgli di smettere.

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