Diciamo che è andata così. C’era una volta un ricco avaro che, dopo aver accumulato ricchezze non solo per sé ma per decine di generazioni successive della propria stirpe, ammise con se stesso di condurre una vita da cani. Era stanco di stare perennemente in ansia per i ladri. Forzieri, celle segrete, guardie private. Eppure continuava a non stare tranquillo. Confidò le sue paure a un amico, anch’egli straricco, di quelli che Vendola manderebbe a quel paese. Riconosciutisi nelle medesime condizioni, i due si sentirono subito meglio. Ne parlarono a un terzo, avarissimo e ultraricco, di cui si diceva che tentasse di dormire sopra il proprio oro senza mai riuscirci. La notizia, riservata, fece il giro della città. I ricchi allora decisero di riunirsi e trovarono naturale, anzi assai vantaggioso, concentrare ogni bene in un unico deposito. Meno guardie, meno pericoli, meno ansia. Più sicurezza per tutti. Chiamarono quello strano modo di difendere il proprio tesoro “banca”.

Non la faccio tanto lunga. Vista la gran mole di ricchezza depositata, venne spontaneo utilizzarne una parte per prestare denaro  a qualche brillante giovanotto che, non avendone, desiderava intraprendere. Creare qualcosa di nuovo, produrre e arricchire se stesso e chi lavorava con lui. Ovviamente, il giovanotto s’impegnava a restituirne un po’ di più, dopo aver fatto fortuna. La cosa funzionò al punto che erano troppi, e non solo giovanotti, quelli che chiedevano un po’ di soldi. E qualcuno non riusciva a restituire i prestiti. Fu chiesto ai richiedenti qualche garanzia in pegno. La cosa funzionò anche meglio, e i capitali depositati crescevano, eccome se crescevano. Il deposito era un Monte, un Monte d’oro con tanti pascoli alle pendici. Il sistema funzionava a meraviglia, anche perché a rimettere i propri guadagni e risparmi in banca erano gli stessi che avevano chiesto prestiti. E il denaro sembrava un seme miracoloso, faceva più frutti di un melo, più spighe di un campo di grano. Raccolti copiosi senza mai temere siccità o malattie parassitarie.

Anzi no. Molti, ma molti secoli dopo, un verme schifoso s’insediò nel deposito. Anzi, in verità non era proprio nel deposito, i soldi erano sempre al sicuro, ma nella mente di chi era pagato per aver cura di tutto quel bendidio. Non che non ci fossero stati casi di ruberie, qualche rapina di poveri diavoli, ma quel verme era una cosa diversa. Gestivano soldi altrui, erano diventati spesso le personalità più in vista del paese, anzi del mondo, e non sapevano fare altro che quello. Facevano girare quel denaro, sempre più velocemente. Anzi vorticosamente. E gli Stati li ringraziavano pure, e il loro potere aumentava. Erano diventati come stregoni: solo che invece della danza della pioggia, quelli facevano la danza della borsa e tac! Denari come se piovesse. Prendevano carta straccia, ci stampavano su delle strane promesse e cifre, tipo pagherò, e zac! Altri soldi a grandine. Si fecero più intraprendenti, si scambiavano il nulla, anche perché il mondo era diventato virtuale e la carta straccia era sempre più straccia, e bastava premere un tasto per dire: “sì, ti pagherò poi!”. Quando poi? “Poi, non importa, presto, fai girare, passaparola!”. E tutti la passavano, perché in quello strano modo, e in quello strano mondo, nessuno produceva più niente, o poca roba, ma tutti avevano cominciato a giocare a quel gioco miracoloso. Si facevano promesse sulle promesse di pagare, e poi scommesse su chi prometteva di pagare, e superscommesse sulle scommesse su chi prometteva di promettere di pagare. Tutti sapevano e tutti fingevano di non sapere. Tutti si divertivano come matti. Tutti festeggiavano come invasati.

Non c’è un lieto fine, a questa storia. Bastò un bimbo, come nelle favole. Un bimbo che guardò la pentola vuota, guardò i genitori invasati ma pieni d’ogni ben di dio: radio, tv, frigo e computer, telefonini e aeroplani. Tutto, tranne che provvisti di cibo sano e di sano lavoro. Un bimbo che aveva la pancia vuota, forse era africano, forse americano, forse era nato a Siena o Mondovì,  eppure aveva una gran voglia di toccare qualcosa di vero.

Fu allora che il Dio del Danaro si guardò allo specchio,  e s’accorse della sua miserevole nudità.

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