Tanti amici mi chiedono per che cosa votare e come voterò. Più che altro, un modo per sfogare il proprio malcontento e dichiararsi schifati o indignati, per poi concludere con l’immancabile frase: “Sono ladri, non mi sento rappresentato da nessuno”. Vorrei provare a indagare su quest’ultima considerazione, che trovo essenziale. Si vota per l’avere o per l’essere? Questa è la domanda capitale, quella che dovrebbe frullare nel cervello quando si entra nell’urna. Al di là delle chiacchiere di propaganda. Al di là delle simpatie per i personaggi che si propongono, attori dello spettacolo di massa chiamato democrazia.

Il Novecento fu il secolo delle grandi ideologie, delle speranze di modificare radicalmente il modo d’essere di ognuno. Non a caso, in una prima fase, ne scaturirono i totalitarismi. Ma l’identificazione della parte politica con l’essere di ciascuno, il credo che aveva totale attinenza con l’identità di ciascuno, non poteva che portare – alla fine delle dittature, nel dopoguerra – all’espressione di un voto ideologico. Dunque è chiarissimo: si votava per l’essere.

Con la fine delle ideologie, con la cosiddetta fine della storia (si fa per dire), con l’apparente vittoria finale del capitalismo, quel mondo entrò in crisi. Tanto che oggi taluni usano la parola “ideologia” in senso dispregiativo. “Non essere ideologico, al di là delle ideologie”… Quante volte sentiamo in tivù i politici che si accusano (e si difendono) dalla peggiore delle infamie? Dovremmo così immaginare che oggi il voto moderno, in un sistema avanzato e globalizzato che nessuna rivoluzione violenta si propone più di sovvertire, esprima piuttosto l’avere di oguno di noi. Vale a dire, la rappresentanza degli interessi. Un tempo si sarebbe detto “di classe” ma, per sgombrare il campo da ogni equivoco, chiamiamoli pure genericamente “economici“.

Do’ il voto a chi mi tutela, a chi mi garantisce, a chi mi rappresenta (guarda un po’, la chiamiamo ancora democrazia rappresentativa). Ora, nella composizione statistica delle società occidentali, nonché dai dati Eurispes, Bankitalia eccetera che fotografano l’Italia, la mappa che emerge della nostra società ha più o meno questa composizione. L’un per cento di ultra-ricchi, il nove per cento di ricchi, il venti per cento di poveri (forse ora anche di più), il 70 per cento diviso praticamente a metà tra una piccola borghesia che tende a essere risucchiata verso la povertà e una media borghesia che tende a essere risucchiata verso la piccola borghesia. Per comodità di ragionamento stiamo schematizzando e semplificando il più possibile, ovvio. Così come non terremo conto della rete sociale composta dalle famiglie che sorregge il mondo del precariato (dunque un medio benessere accumulato che si va assottigliando).

A questo punto, prendiamo in considerazione le tre maggiori aggregazioni che si presentano sul mercato elettorale. E il tipo di politiche economiche che propongono non solo in questa campagna elettorale, ma negli ultimi vent’anni (per altri due partiti in campo dichiaratamente vale il voto identitario, dunque quello per l’essere: Rivoluzione civile di Ingroia e La Destra di Storiace). Per il Centrosinistra  lo scandalo del Monte dei Paschi non rappresenta soltanto la sconfessione degli ideali sbandierati, ma è un po’ il simbolo delle politiche economiche che hanno favorito – o almeno non osteggiato – e cercato di intercettare il ceto dei manager con stipendi milionari, delle rendite finanziarie, della grande imprenditoria. Con qualche difesa parassitaria degli impiegati di medio-basso livello, ministeriali e addetti della scuola. Per il  Centro diremmo che basta il nome di Monti per evocare il mondo della finanza internazionale, delle alte professioni, delle banche e dei manager e, ancora una volta della grande imprenditoria. Per il Centrodestra, che pure si era proposto come difensore dei ceti medi e bassi, parlano le cattive performance dei governi succedutisi. Con il vantaggio, ancora una volta, dei ceti dominanti (il 10% della popolazione) rispetto alla media e piccola borghesia (il 70% circa). Tanto che la grande disillusione del mondo delle partite Iva è coinciso con il crollo del blocco sociale che Berlusconi aveva aggregato.

Che cosa si scopre, alla fine di questa succinta analisi? Che la schiacciante maggioranza degli elettori italiani (l’80%) si appresta a dare il proprio voto proprio alle tre aggregazioni che difendono gli interessi del 10% degli italiani. Si orienterà cioè, ancora una volta, sulla base di una sconcertante scelta identitaria, giocata sulla simpatia (sùn pathos = soffro con, sono con). Berlusconi o Bersani, Monti o Ingroia. Dunque, si vota per l’essere e non per l’avere come nel deprecato Novecento. Da cui, peraltro, è evidente che non siamo usciti. E’ qui, ci batte nel cuore, impedisce di usare la testa.

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