Che sia andato a Cernobbio per rilanciare l’immagine della propria società informatica, in forte declino, o piuttosto per “esporre le idee del Movimento e spiegare le evoluzioni delle reti e della politica” (come nel consueto e poco comprensibile bisbiglìo ha sostenuto lui), l’intervento di Gianroberto Casaleggio al workshop Ambrosetti, la “Bilderberg de noantri“, ha lasciato intatti dubbi e perplessità che gravano sul misterioso ideologo dei Cinquestelle. Pare che le “banalità” (Brunetta dixit) esposte da Casaleggio abbiano però riscosso gran successo tra la platea di politici e imprenditori poco avvezzi alle meraviglie del Web (in particolare Mario Monti: ma s’era capito fin dai tempi di Palazzo Chigi). E ormai bolsa e banale s’è dimostrata anche la solita idiosincrasia del personaggio nel rispondere ai cronisti e (persino) a farsi riprendere da cameramen e fotografi. Ciò che non manca di preoccupare è la scarsa dimestichezza del Nostro con i fondamentali della democrazia. Internet è “una rivolta culturale”, non ci sono dubbi; “un punto di non ritorno: non un supermedia, bensì un processo che cambia la realtà e la società”. E, in particolare, la politica e le sue organizzazioni, che diventano da “piramidali, gerarchiche, a stella, con molteplici interconnessioni”. Questa la verità vera distillata dal gran sacerdote del Web. Bene, se non fosse che già tutto questo sia abbastanza noto, ed il problema sia oggi semmai stabilire se dobbiamo subire passivamente questi processi o piuttosto interagire per contenerli, indirizzarli, limitarne i profili di rischio. Prendiamo appunto la politica fatta sul Web. “Uno vale uno”, e dalla pratica di Beppe Grillo e dei suoi gruppi parlamentari si è ben visto come non sia affatto vero, anzi si tratti di una solenne sciocchezza per i gonzi. Chi vive il proprio impegno sul Web è una minoranza agguerrita, anonima, conformista e chiusa, ma non per questo con qualche titolo per poter dirigere le policy di un Paese a forza di “mi piace” e referendum virtuali (spesso persino smentiti dalle idee del Capo). Uno dei meriti dell’ingresso del M5S nell’anticamera dei bottoni è di aver mostrato che il Re del Web è nudo e che il giochino è talmente scoperto da avere anche stancato. Qualsiasi cosa i volenterosi militanti decidano, dev’essere vidimato dall’Autorità del Leader. E’ emersa così una delle domande capitali della politica fatta su Internet, della presunta “democrazia diretta” degli internauti, della metafisica “volontà del Web”. Che è la seguente: ma chi la interpreta? Il Capo Supremo, essendo l’assenza di corpi intermedi, di strutture delegate, addirittura uno dei vanti dei Cinquestelle. Senza andare troppo lontano, ricordiamo che nella Costituzione assai difesa dagli (nel migliore dei casi) ingenui ragazzi al servizio della Casaleggio Associati, articolo 49, è espressamente previsto che “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. La presenza e l’enfasi riservata all’associazionismo politico non sono casuali: significano che alla politica nazionale si “concorre” (verbo che esclude decisionismi autoritari) attraverso la indispensabile mediazione dei partiti. L’ubriacatura di Tangentopoli (oltre che le malefatte, naturalmente) hanno fatto credere che questi ultimi fossero il male assoluto e la sentina di cui liberarsi. Viceversa, questi sono i luoghi nei quali “con metodo democratico si concorre a determinare la politica”, e non se ne può fare a meno. I partiti sono le inderogabili palestre di democrazia, i “filtri” indispensabili che selezionano una classe dirigente. L’assenza della quale si avverte fortissima – e i grillini, nel loro piccolo, plasticamente ne segnalano il perché. Salire su un tetto e dormirci per una notte non è un’impresa “democratica”, né “eroica”. E’ anche abbastanza ridicola, se non si sa neppure che i principi che si ha la pretesa di difendere sono opposti a quelli incarnati dal proprio “Guru” e alla base della propria storia. Contrordine, amici di Grillo: la frase “anche una madre che ha tirato su tre figli può dirigere l’economia nazionale”, che risulta pronunciata da Beppe in più d’un comizio, non era da intendersi alla lettera. E non è neanche nuova e originale: il copyright appartiene a Lenin, e con maggior sagacia si parlava allora della “cuoca”. Una cuoca educata fin dalla nascita al comunismo, che avesse fatto le scuole nell’Urss, e che naturalmente appartenesse al Pcus, il partito sovrano della Repubblica dei Soviet. Una qualche differenza c’è, cari grillini e cari neofiti di Cernobbio “colpiti” dalle elucubrazioni di Casaleggio. A non saperle riconoscere non si diventa iperdemocratici, piuttosto si rischia di ingoiare la cattiva minestra cui Grillo fa il testimonial (speriamo anche lui per ingenuità). Ma così si finisce dritti in cucina, sguatteri di Casaleggio: il cuoco di Lenin (che di sicuro si rivolta nella tomba).    

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