A grande anzi pressante richiesta, ecco riaffacciarsi la gioiosa macchina dei Giochi. Piuttosto uno spettro, si direbbe, che si aggira tra Roma e Milano e potrebbe concretizzarsi nell’incubo Olimpiadi 2024; un concorso di forze per approfittare della caduta di Madrid nella candidatura 2020, assegnata a Tokio. L’Italia dunque ci riprova, a pochi mesi dalla solenne (anzi benemerita) bocciatura voluta da Mario Monti (diremmo una delle opere migliori del suo governo).
Sogni di gloria a parte, coreografia (che ci piace tantissimo) a parte, gesta sportive (di cui andiamo matti) a parte, resterebbe da spiegare perché ci si sgomiti tanto per l’Evento che rischia di radere al suolo l’economia di ogni comunità ospitante. Come accaduto alla città di Montreal nel 1976 (lo Stato canadese non volle assumersene i debiti) e, clamorosamente, alla Grecia nel 2004. Prima di addentrarci nell’analisi economica, azzardiamo una risposta teorica (legittima ma smentita dai dati) e una ben più concreta. Quella teorica: ci si vuole accaparrare le Olimpiadi in ossequio alla logica keynesiana che suggerisce di accrescere la domanda interna per favorire la crescita di un Paese. Caso vuole che questo non sia mai accaduto nella realtà. Anzi, uno studio pubblicato a suo tempo dall’agenzia Moody’s conferma che “gli effetti economici dei Giochi sono irrilevanti a medio-lungo termine per il paese che li organizza”. Però business is business, e tutte le recenti edizioni delle Olimpiadi hanno dimostrato che si tratta davvero di un delizioso affare per un gruppo ristretto di privati, cui poco cale del terremoto finanziario di volta in volta provocato nel Paese ospitante. Senza contare quel di più di corruzione che ogni Olimpiade alimenta e lascia come simpatico strascico al suo passaggio (inchieste e sequestri dopo ogni manifestazione sportiva di un certo rilievo internazionale specie in Italia sono la prassi, vedi Mondiali ’90).
Ma allora qual è il significato della esaltante messa in scena che i mass media, puntualmente, mettono in cantiere sulla prossima candidatura ai Giochi? Qualche conto storico aiuta a comprendere, precisando che l’impatto economico dei Giochi moderni è variato molto, nei circa 120 anni della loro rinascita. Da quelli di Atene 1898 a quelli di Messico ’68, per esempio, i dati sono scarni e poco attendibili. Ma dopo Città del Mexico i privati cominciarono a fiutare l’affare, fatto di sponsorizzazioni, diritti televisivi, grande entusiasmo e partecipazione popolare. Una seconda premessa riguarda una differente categoria di motivazioni a ospitare i Giochi, legate alla vetrina internazionale che gli Stati ricercano in particolari momenti della propria storia: le cosiddette “Olimpiadi spot” (per celebrare un boom economico, l’uscita da una dittatura, l’avvento di un gruppo di potere). Sono spiegabili in questo modo quelle organizzate dalla Corea del Sud (Seul ’88) e dalla Cina (Beijing 2008). In qualche misura, il discorso vale anche per Barcellona ’92 e Mosca ’80 (boicottate dalla maggior parte dei Paesi occidentali). In tutte queste edizioni l’investimento è stato sopportato dal Paese come costosissimo strumento di “agit-prop”, che non mira a produrre utili. L’esatto contrario dei Giochi-business, la cui versione aurea è rappresentata da Los Angeles 1984, quasi totalmente organizzata da privati, con soltanto due impianti sportivi costruiti, e con un attivo finale di circa 250 milioni di dollari (andati, appunto, agli investitori privati). Idem per Atlanta ’96, mentre assai meglio andò a Sidney 2000, con un utile finale di oltre 300 milioni di dollari (sempre ad appannaggio dei privati, naturalmente).
Ma si tratta di eccezioni e casi isolati, che fanno pensare a una sorta di regola, agli antipodi dell’assunto keynesiano: cioé che la domanda si accresce solo nei Paesi giá ricchi o con struttura solida. E comunque, ad arricchirsi sono solo i privati, nel migliore dei casi risparmiando esborsi di denaro della collettivitá (cioé, in particolare, del ceto medio che paga le tasse e non ha attivitá commerciali). Altrimenti, son dolori. Vedi Montreal ’76: pessima organizzazione, lo Stato federale che si tira indietro, l’amministrazione locale della città che si indebita per una cifra di circa 2,5 miliardi di dollari, estinta solo trent’anni più tardi e grazie persino a una tassa sul tabacco. Oppure Londra ’12 che, al di là delle fanfare sui mass media, ha fallito tutti i target previsti alla vigilia. L’investimento “keynesiano” non ha dato frutti, o frutti assai acerbi: male sono andate pubblicità e mass media, male persino il turismo (calo del 15 per cento tra maggio ad agosto: la spiegazione è semplice, l’incremento di turisti ad agosto è stato annullato da chi ha rinunciato al viaggio a giugno e luglio, più quelli che hanno rinunciato del tutto al viaggio temendo proprio folla e confusione). Anche la crescita dei consumi interni (934 milioni di euro sostenuti dagli stranieri e 68 circa dai britannici) è stata inferiore delle previsioni, così che la crescita del Pil, stimata alla vigilia in un 0,3/0,4 per cento (1,5 miliardi di euro più oltre 5 miliardi nei cinque anni successivi), in realtà – se c’è stata – è stata annullata dalla forte ondata recessiva (-0,7 per cento anche per l’Uk a fine 2012). Scenari assai più drammatici si profilano per i mondiali di calcio brasiliani (per i quali il governo ha stanziato più di quanto sia stato speso complessivamente nelle ultime tre edizioni: Giappone-Corea, che costarono 16 miliardi di dollari; Germania, 6 miliardi e Sud Africa, 8 miliardi), per i quali le recenti sommosse popolari hanno dimostrato quanto sia cambiato il rapporto tra la gente e questo tipo di eventi-kolossal. Ma il discorso andrebbe assai lontano e ci fermiamo qui.
Arriviamo alla tragedia greca. I Giochi ateniesi del 2004 vengono ormai considerati dagli economisti il passo decisivo del Paese verso la catastrofe dei nostri giorni. I costi, che inizialmente dovevano essere di 5 miliardi di euro, lievitarono fino a 8,95 miliardi, di cui 7,2 a carico dello Stato e 1,5 sostenuti dal comitato organizzatore e da capitali privati. Solo per il villaggio olimpico la spesa fu di 600 milioni di euro, mentre le spese per la gestione operativa crebbero fino a 2 miliardi e quelle per le infrastrutture – a carico del governo – passarono da 2,5 a 4,6 miliardi. In sostanza, da una spesa iniziale stimata in 4,5 miliardi di euro, si arrivò a 8,95 miliardi, il 3,9% dell’intero reddito nazionale. Costi che misero in ginocchio il Paese, il cui Pil, dal 2009, non si è più ripreso (mentre aggravarono esponenzialmente i fenomeni corruttivi). Inoltre, secondo un’inchiesta del quotidiano britannico Daily Mail, 21 dei 22 siti olimpici di nuova costruzione sono rimasti inutilizzati dopo appena tre settimane dalla fine dei Giochi e il costo di mantenimento di queste strutture costa al governo greco oltre 600 milioni di euro l’anno. Tre mesi dopo la fine delle Olimpiadi, peraltro, oltre 70 mila persone – la maggior parte delle quali nel settore edilizio – perse il proprio lavoro nella sola regione di Atene, l’Attica.
Qualcuno potrebbe dire che non c’è bisogno di agitare lo spauracchio della Grecia. Basterebbe avere un po’ di memoria sui Mondiali di calcio di Italia ’90. Per realizzare le opere previste – ammodernamento degli stadi e costruzione di nuovi impianti sportivi, strade, terminal di aeroporti, stazioni ferroviarie e infrastrutture – le casse statali si svuotarono di oltre 6mila miliardi di lire, con i costi che, a causa degli appalti gonfiati, lievitarono in media dell’84% rispetto alle previsioni. In totale, per gli stadi, lo Stato spese 1.248 miliardi di lire, molto di più di quanto preventivato all’inizio. Italia ’90 si dimostrò così uno spreco di soldi pubblici, con una serie di opere mai terminate che, ancora oggi, rappresentano una vergogna per il nostro Paese (e hanno sicuramente fatto lievitare il debito pubblico). Caso eclatante fu lo Stadio Delle Alpi di Torino, costruito appositamente per il Mondiale e costato circa 226 miliardi di lire tra impianto e opere connesse.
La struttura è stata demolita nel 2008, dopo nemmeno 20 anni di vita, per fare spazio al nuovo Juventus Stadium, decisamente più moderno e funzionale. Per i Mondiali di nuoto del 2009, invece, furono investiti “soltanto” 400 milioni di euro, ma il “dopo-Mondiali” è stata una via Crucis di cantieri finiti sotto sequestro, abusi edilizi, sospetti di infiltrazioni mafiose, processi in corso e la solita vicenda di opere mai concluse, come il Palazzo dello Sport a Tor Vergata, progettato dall’architetto spagnolo Santiago Calatrava, i cui costi iniziali erano stimati in 65 milioni di euro e che, invece, sono lievitati fino a superare la cifra di 600 milioni, con la struttura abbandonata a se stessa. Infine, per le eventuali Olimpiadi romane del ’20, bocciate a suo tempo da Mario Monti, gli esperti avevano preventivato 9,8 miliardi di euro, dei quali oltre 8,2 a carico dello Stato (2,5 per l’organizzazione, quasi 3 per gli investimenti urbani sulle infrastrutture per i trasporti, uno e mezzo per gli impianti sportivi, altrettanti sia per costruire un villaggio olimpico che per ampliare l’aeroporto di Fiumicino – a carico di Aeroporti di Roma). Secondo l’apposita commissione di studio, le Olimpiadi avrebbero aumentato il Pil dell’1,4 per cento tra il 2012 e il 2025, creando oltre 40mila posti di lavoro (un terzo negli anni precedenti e successivi l’evento). E’ evidente che ogni Comitato Organizzatore che si insedia gareggia a spararla più grossa del precedente, con tanto di grancassa sostenitrice da parte di radio, tv e soprattutto quotidiani. Quanto ci prometteranno per l’incipiente candidatura del 2024? Quale meraviglioso futuro per il Belpaese? Avanti, il circo Barnum dell’infernale macchina mangia-soldi è soltanto agli inizi. E in fondo l’Italia ha proprio bisogno di una spinta. Ma nel burrone no, grazie, abbiamo giá dato.

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