Nei cosiddetti salotti buoni della sinistra, così come nei circoli avanguardisti di certa destra, si fa un gran parlare di femminicidio, recente anzi nuova piaga del Belpaese. Tanto “nuova” da richiedere “nuovi” inasprimenti al codice penale. Eppure, non appena si cerca di analizzare un po’ più a fondo il fenomeno, ecco le vestali della “novità” rifugiarsi nella confortevole verità d’un femminismo duro e puro: “Ah, ma gli uomini hanno sempre fatto violenza alle donne, cosa vecchia, vecchissima… Emerge ora perché prima le donne tacevano”. Ma il sentenziare non spiega niente, e trasforma l’ultimo grido in fatto d’allarme sociale nel simbolo imperituro, anzi inscalfibile del maschilismo imperante nelle nostre decrepite società. Storia vecchia, questa sì. Davvero decrepita.

Indignarsi, ma chiudere gli occhi e le orecchie. Spararla grossa ma trincerarsi nel fortino del conformismo (con molti uomini a dar manforte). Forse però ci si potrebbe interrogare in altro modo, tentando altre strade che non siano la riproposizione bolsa della querelle femminismo-maschilismo. Specie all’indomani di altri due dolorisissimi casi di donne ammazzate dai loro (?) uomini: compagni infami, molestatori, vigliacchi eppure difesi dalla pietosa omertà proprio delle loro vittime designate. Tanto per dire della complessità, soprattutto psicologica, del fenomeno.

Impressionanti le statistiche del solo anno 2013: sono 74 i cosiddetti “femminicidi” (93 l’anno scorso), dei quali 30 (dunque poco meno della metà) commessa dai mariti. In 34 casi l’arma usata è da taglio. La maggior parte delle vittime aveva più di 50 anni. Uniforme il dato geografico: 42 omicidi al Sud, 39 al Nord, 26 al Centro Italia.

Che strade ci suggeriscono questi numeri? Che non c’è alcuna distinzione di carattere sociale, culturale e di censo (la recrudescenza è in atto al Nord come al Sud, tra immigrati e cittadini italiani, tra ricchi e poveri); che i colpevoli vanno cercati nello stretto giro di relazioni intime delle vittime (mariti ed “ex”). Più suggestiva l’età delle donne uccise, che pare indicarci chiaramente come il movente non sia più legato al sesso, alla cieca brutalità dell’istinto, bensì a un accecamento ugualmente brutale, però derivante da una minaccia.

La minaccia che una donna adulta e matura (anagraficamente o solo psicologicamente) arreca a uomini fragili, sperduti, meno dotati e dunque spaventati a morte. Tanto da vedere come unica risorsa di riscatto e dominio l’assassinio.  E c’è infine un ultimo indizio che ci conduce su una strada ancora più impervia: quello delle armi da taglio, cioé i coltelli, dunque a una forma di offesa più primitiva, più selvaggia, più oltraggiosa nei confronti dei corpi delle donne. Quasi anacronistica, nelle nostre società tecnologiche dove in teoria sarebbe facile ammazzare con armi assai sofisticate (droghe, farmaci, veleni, pistole ultrasilenziose). Ma se mettiamo questo dettaglio in relazione con altri episodi lievemente meno gravi, conclusisi con il deturpamento delle donne tramite acido, ecco che ci sembra di scorgere una pista finora poco battuta.

Le nostre società si trasformano sotto i nostri occhi ma ancor di più nel profondo. Ci sono sommovimenti in atto di cui non ci accorgiamo. Passano davanti ai nostri occhi, magari li guardiamo pure, ma non li vediamo. Cioé non li comprendiamo. L’acido che deturpa il volto non veniva usato neppure nei tempi andati, e reca con sé  l’odore orrido di una disperazione postmoderna, di una feccia subculturale propria di alcune periferie dimenticate del Terzo Mondo. 

Eppure non era quello il mondo del collega di Lucia Annibali, una bellissima avvocata di Pesaro che, dopo un calvario di operazioni plastiche, s’è fatta fotografare e intervistare. “E’ il viso con il quale dovrò convivere per tutto il resto della vita, meglio mostrarlo subito. Chi si deve vergognare non sono io, ma chi mi ha ridotto così”. Non si poteva fare e dire meglio. Il selvaggio che (pare per un rifiuto) ha ordito una vendetta del genere s’è già posto al di fuori del genere umano. Ma purtroppo non è l’unico caso di acidificatore, dunque viene spontaneo chiedersi se sotto le coltri soporifere delle nostre pigre civiltà occidentali non si nasconda una recrudescenza di rabbia selvaggia, una grave nevrosi di massa che si traduce in atti di singoli individui deboli. Una nevrosi tale da indurre persino un’inversione nel cammino di una civiltà che da tempo ha posto uomini e donne su un piano di parità. Traguardo assodato che oggi torna in discussione. Per quale fenomeno sociale? Colpa anch’esso della crisi economica? Ripiegamenti fisiologici della storia dell’umanità?

Come si sa, il termine femminicidio nasce negli slum disperati del Messico. S’impone agli onori della cronaca inizialmente in società, come quella messicana, che oggi reagiscono al loro essere discarica del consumismo americano con una dose di violenza inaudita. Poi si propaga rapidamente in quelle che si affacciano per la prima volta a un certo benessere, come l’India. In entrambi i casi, segnala come sia difficile per i maschi di quei Paesi accettare un ruolo spesso subalterno a quello delle loro donne, sempre più evolute, più autonome, più indipendenti. I mass media enfatizzano e diffondono a largo raggio mode e costumi, creano allarme sociale ma riportano alla luce – anche- malesseri mascolini mai sopiti. Dissotterrano asce di guerre primitive, di lotte tra i sessi per l’egemonia che risalgono all’età delle caverne.

Ma nella diffusione nelle società occidentali, nel contagio degli uomini che odiano le donne, ancor di più paiono incidere i contatti stabiliti tra civiltà differenti nelle ondate migratorie in atto. La necessaria ma non sempre riuscita integrazione sembra aver funzionato, viceversa, in un livellamento verso il basso dei comportamenti di ruolo tra generi. Il disagio degli immigrati nei confronti delle proprie donne che cercano di emanciparsi  sembra farsi uguale al nostro, detta nuovi motivi di malcontento e ispira tipi di reazioni machiste finora impensabili. Menti fragili paiono voler emulare (il più delle volte in peius) questa sorta di revanchismo maschilista fuori tempo massimo.

Ma attenzione: la diffusione di modelli comportamentali di questo genere non ha nulla a che vedere con xenofobia o razzismo. Il “femminicidio” non è affatto colpa del disagio che vivono alcune categorie di immigrati. Ma di una cultura così debole da cedere il passo a costumi arretrati e cruenti sì.

Ha allora a che fare con la malintesa concezione della tolleranza in voga in Italia. Forme di degrado estremo che si fanno subito proprie, come quando gli scugnizzi emulano le gesta del capo-camorrista e persino turisti nordeuropei assumono comportamenti scorretti non appena mettono piede a Fiumicino.

Per cominciare a contrastare il “femminicidio”, come il resto dello slabramento civile che si diffonde, crediamo invece che basti poco. Anzitutto, almeno non demordere, non rinunciare a far valere la nostra “millenaria” (forse per questo cade a pezzi) civiltà, con tutte le sue conquiste positive. Anche gesti minimi possono servire: si pensi per esempio alle “tavole della laicità” che il governo francese di Hollande (socialista) ha fatto affiggere nelle scuole d’ogni ordine e grado all’inizio dell’anno scolastico. O, al contrario, torni in mente il permissivismo italiano nell’annosa querelle sul niqab o il burqa indossato in spregio a qualsiasi norma giuridica (e per fortuna qui da noi sono poche le islamiche a usarlo). L’indolente difesa dell’identità culturale rende l’Italia uno dei Paesi più esposti; come nel tardo impero romano tutto è permesso. Nell’opulenta società del lusso chi se la sente e ha più voglia di farsi rispettare? Chi è capace di provare ancora del rispetto per se stesso e, dunque, per le proprie donne? 

 

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