L’ardor Napolitano non conosce limiti, acceca e conduce alla perdizione. Capita a molti corazzieri della prima e dell’ultimora, e perfino a Eugenio Scalfari che pure, in sua difesa strenua, nell’omelia domenicale aveva presentato ancora una volta gli scarni risultati economici ottenuti dal governo (piccolo frutto di congiuntura internazionale) come l’uscita dal tunnel della crisi. Un nuovo boom? Boom.
Ma la sorpresa dell’ultima delle fatiche d’Eugenio sta invece nella coda velenosa, che voleva pungere una delle persone che il Fondatore ha sempre ritenuto più vicine a sé, stimato e coccolato. La colta Barbara Spinelli, figlia d’Altiero, e dunque dell’amico e politico che Scalfari ha sempre coltivato. Tanto da usarlo contro la figlia in un monito dal sapore sgradevolmente minaccioso: “Ti assicuro che da questo momento in poi cancello dalla mia memoria quanto ho ora ricordato. Voglio solo pensare il meglio di te a cominciare il fatto che sei la figlia di Altiero Spinelli. Ricordalo sempre anche tu e sarà il tuo maggior bene”. Non s’è fatta attendere, però, la fiera risposta filiale: giù le mani da mio padre, ha initimato a Scalfari l’offesissima Spinelli, che mai si sarebbe aspettata un uso così “violento” (sic) e disinvolto della memoria paterna. Proprio da lui, poi. Tanto offesa, la Barbara, da bacchettare a sua volta il pulpito da cui viene la predica: un giornale, scrive, nel quale si consente che si attacchi con tanta veemenza personale una collega.

Qual è stato il reato di lesa maestà di cui s’è macchiata la Spinelli? Al di lá della valutazione sui grillini (per Scalfari pari ad Alba dorata, per la Spinelli “da ascoltare”), quello d’aver osato criticare Giorgio Napolitano, del quale Eugenio oggi più che mai pare condividere pensieri, opere e omissioni. Sarà per la comune vecchiezza, sarà per quel ruolo di consigliere che l’attuale Presidente ha riservato al Fondatore, sarà per i pericoli che incombono sull’Italia e sulla preoccupazione priva di sbocchi suscitata nei due ultraottantenni (Scalfari è del ’24, Napolitano del ’25).
Ciò che ha fatto davvero saltare la mosca al naso d’Eugenio è che Spinelli abbia fatto leggere i diari dello scomparso compagno Padoa-Schioppa a Travaglio (che ne ha tratto un libro anti-Napolitano e riassunto il senso nell’ultima puntata di Servizio pubblico, si presume con il consenso di Barbara) e che abbia assunto una posizione assai critica sul totem della stabilità di governo, tanto cara a Letta-Napolitano e, naturalmente, Scalfari. Stabilità, annota la Spinelli in un precedente articolo citando il Wall Street Journal, che si avvia a diventare la “stabilità dei cimiteri”. Con l’aggravante che, rispetto alla situazione italiana, “se Renzi non oserà un’autentica resa dei conti con Letta, e si consumerà in trattative, rinvii presto sgualciti, fiducie concesse avaramente” rischia non solo di bruciare anzitempo il giovane segretario del Pd, ma soprattutto di mandare l’Italia “allo sbando”, proprio come l’8 settembre del ’43. “Anni di viltà, doppiezze furbesche: così affini agli anni presenti”, scrive Barbara. La vittoria di Renzi, aggiunge, “è una vittoria che molti (Renzi stesso, magari) vorrebbero usare a piacimento: per emarginare e silenziare le grida di cui è figlia”.

Il rischio dunque è quello di ignorare che il trionfo di Renzi nel Pd è figlio della disperazione del Paese. A correrlo non è soltanto il sindaco di Firenze o il Pd, il che poco importa, ma l’Italia, che cadrebbe in ginocchio esposta al colpo di grazia dei banchieri europei. E non solo, anche l’Europa potrebbe uscirne male, visto che necessita anch’essa di “scosse simili”, sostiene la Spinelli. Altrimenti persisterá nel coma vigile e nella politica mortifera che l’attanaglia (l’ha capito oramai persino D’Alema, che l’ha rinfacciato a Napolitano a un recente convegno). Solo così, conclude la Spinelli, l’Europa potrà “edificare una vera Comunità”. Come si nota, ciò che scrive la figlia di uno degli alfieri dell’Unione, uno dei padri fondativi del sogno europeo, sta tutto nel solco di Altiero, altro ché usare il fantasma del padre di Amleto contro la figlia. Spiace che il vecchio Eugenio non se n’avveda, preso com’è dai timori e tremori che, dal Quirinale, fanno propendere per un governo imbelle e traballante, succube dei potentati europei, piuttosto che ridare la parola agli italiani.

Intanto Renzi a Milano ha cominciato a misurarsi con la realtà delle cose: dai toni usati, dalla liturgia svolta con devozione, sembrerebbe proprio essere cominciata quella stagione di “trattative, rinvii, fiducie” che giustamente la Spinelli teme. “Diamo il Natale per buono e cominciamo a fare sul serio a gennaio”, ha detto Matteo. Ma non s’illuda, il leader del Pd, di tener buona la piazza con facezie del genere e con gli inganni della rodata propaganda pidina. Il redde rationem è adesso, lo sfilacciamento del Paese non aspetta la Befana. Dopo le urla, dopo i forconi, in piazza si vedrà di peggio. Che si turbi o meno il quieto vivere di Barbapapá-Scalfari, il sonno imposto dal Quirinale genera mostri.

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