Basta puntare il cannocchiale e mettere a fuoco. Come se la battaglia nella Terra di mezzo nella quale ci troviamo non fosse quella che stiamo osservando e che ci appare. Ma un’altra, in un’altra terra e in un’altra dimensione.

Se si guarda alla quotidiana gazzarra di scena a Palazzo Madama, per esempio, l’occhio assuefatto dirà che è in corso una battaglia parlamentare, con l’opposizione agguerrita e il governo deciso a fare in fretta le riforme per far ripartire l’Italia (chi siano i frenatori o chi gli acceleratori, dipende dai punti di vista). Ma aguzzando un po’ l’occhio, rendendolo vigile, ecco che appare un’altra scena. Si vede il Paese stremato, sfiduciato, neuro-lobotomizzato che dista anni luce da quanto accade in quelle splendide sale barocche. Accadono forme vuote che contengono fatti diversi da quelli che sono. Il Paese non c’è, in quelle sale. Ha mandato a rappresentarlo, per sommo spregio, gente cui non affiderebbe il portafogli o un dog-sitteraggio. Gli scalmanati grillini non sono tanto diversi dagli strenui oppositori del passato, è vero. Ma ciò che è profondamente diverso è la vacuità del gesto, la mancanza del disegno, la dissoluzione del riferimento. Non è un filibustering quello che avviene in aula, ma jacquerie, sommossa sguaiata e frantumata, che non sa volere e perciò tende al ribellismo come meta rabbiosa e vana. Orchetti deformi si affannano nel loro nulla.

Spostando il cannocchiale dall’altra parte della (metaforica) barricata, la scena non è poi tanto diversa. Sul banco del governo c’è il simulacro di un governo, la riforma dell’architrave costituzionale relegata – parole dello stesso premier – a “simbolo” che allude ad altro, al fatto che la classe politica starebbe rinnovandosi, abolisce parte di se stessa, è capace di dare segni di vita. Cose vere? Segni reali? No, finzione e pantomima di Nani famelici. Ben rappresentate dalla rappresentante del governo, una bella signorina che sta ai cagnacci grillini come l’odiosa damigella settecentesca in procinto di darli in pasto alle fiere appena potrà. Nulla sa, la signorina ministeriale, di quel che sta avvenendo. Sa quel poco che deve sapere, cioè: che è una finzione scenica che allude a qualcos’altro che in quell’aula non c’è, non esiste, s’è dissolto. Non c’è rappresentanza del Paese reale, non c’è neppure disegno di governo. Nani travestiti da Orchi, Orchi da Nani. Si procede per frantumazioni e parcellizzazioni, per target minimi moltiplicati per se stessi (anche negli effetti che verranno). E’ un contro-ribellismo che trascende al ribellismo anch’esso. Rabbia per il destino che precipita più in basso, raschiando sul fondo del barile quel po’ di grasso che rimane. Quel po’ di potere che basta per dirsi Orchi avidi e Nani deformi.

Girando il cannocchiale verso palazzi limitrofi, non è che si veda molto di diverso. E Palazzo Chigi annaspa come può, meglio o peggio dei predecessori, sapendo bene che la Saga tragica avvolge ogni cosa e si percorre una nottata senza stelle in una Terra di mezzo. Una frase piombata dal plumbeo cielo d’Europa fa bagliori di realtà, come fosse sotto i nostri occhi ma destinata a sfuggirci sempre. “Gli Stati devono essere pronti a cessioni di sovranità”, dice lo Stregone della Bce. Draghi che aprono fauci capienti, ma per un banchetto che già avviene da qualche anno, senza che nessuno abbia trovato il tempo per occuparsene. Lo Stato, antico Moloch che s’affloscia – e purtroppo non è per la costituzione europea di una nuovo Titano più grande e potente. Il Gigante è svuotato, la politica è di Nani e Orchi all’ultimo stadio, l’economia precipita nel suo buco nero. Le decisioni, quelle vere, sono al di là. La realtà è sempre “altrove”.

 

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Nella Terra di mezzo Orchetti e Nani sono già nelle fauci di Draghi, 10.0 out of 10 based on 1 rating
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