Il vero, devastante terremoto che scuote la politica italiana non è stato il risultato uscito dalle urne il 4 di marzo scorso. Ciò che sta squassando tutti i partiti che non l’hanno capito – soprattutto chi ha varato una riforma senza sapere e capire che cosa stesse facendo, cioè il Pd – è il cambio di regime instaurato dal Rosatellum. Legge elettorale della quale s’è detto tutto il male possibile, e con ragione. Tranne una cosa, che poi ne rappresenta l’unico pregio: il ritorno a un sistema proporzionale che in Italia manca dal 1992, più o meno.

Si tratta di un’inversione di tendenza enorme, per questo non esiteremmo a definirla una rivoluzione se non fosse che i vertici dei partiti non l’hanno ancora metabolizzato e faticano ad adeguarsi, come si vede dalle dichiarazioni delle settimane successive ai risultati. Fatto che confonde le idee e complica le cose. Anche nei loghi delle liste, tanto per dire, la persistenza di un (presunto) “candidato premier” ha confuso vieppiù gli elettori, in particolare quelli meno attrezzati. Si è pensato di rimanere nel sistema precedente che per venti-venticinque anni ha costretto in una camicia di forza un Paese che continua ad avere le sue fratture sociali e politiche. Le forzature del maggioritario, sulle quali non è il caso di ritornare, hanno fatto sì che le dinamiche politiche si scaricassero nelle coalizioni e sul governo, privilegiando la costruzione di maggioranze “farlocche” che potessero avere le sembianze di un bipolarismo compiuto. All’inglese. Ma noi non siamo inglesi, e del sistema Westminster non rispecchiamo neppure le fondamenta. Quel bipolarismo era un castello di carta, un gigante dai piedi d’argilla, e aveva un nome e un cognome (come si è evidenziato nelle battaglie politiche nonché in tutte le campagne elettorali che si sono succedute): Silvio Berlusconi. La sua discesa in campo è stata la “calamita” del centrodestra e il “repellente” che ha indotto tutti gli altri a cercare aggregazioni innaturali per opporsi al suo potere.

Oggi la sbornia maggioritaria è passata. C’è solo il mal di testa. Lo stralunato mantra dei grillini, “Di Maio premier” perché l’hanno votato gli italiani (ma quando mai). O “Salvini premier” (ma per fortuna il capo leghista sembra essersi già adeguato ai tempi nuovi). Come diceva e scriveva il compianto Vanni Sartori, il più grande politologo dei tempi moderni, di cui ieri ricorreva il primo anniversario della morte, la soluzione quando non la fornisce l’elettore la fornisce il Parlamento, in un sistema parlamentare come il nostro (di cui il sistema elettorale proporzionale è il corollario previsto dai Costituenti). Avere la capacità di scrollarsi di dosso le scorie del maggioritario, chè l’Italia non è affatto “bipolare” (se non in certe sue schizofreniche affermazioni di Paese nevrotico), è il compito che ora compete alle forze politiche. Cercare la soluzione in un Parlamento, misurandosi ognuno con la forza dei numeri che gli elettori hanno concesso. Questo dovrebbe essere il gioco della politica, di un sistema nel quale tutto sarebbe chiaro e trasparente, con maggioranza e opposizione che si fronteggiano dai banchi delle Camere, e patti di governo noti a tutti i contraenti oltrechè agli elettori. I quali, dopo cinque anni o anche prima in caso di crisi, potrebbero sapere chi premiare e chi punire.

P.S. Certo che non è facile rimodulare la mente a un sistema assai più complesso e democratico, come quello parlamentare e proporzionale. Tanto che il presidente della Camera, nel suo discorso d’investitura, ha giustamente recepito il cambio di passo parlando diffusamente di un ritorno alla “centralità del Parlamento”. Che sarebbe il nocciolo duro del nuovo sistema (se preferite, chiamatelo pure Terza Repubblica). Se non fosse per due piccoli particolari, non irrilevante: che proprio il partito di Fico (ma in buona compagnia degli altri) promuove e ritiene essenziale l'”ingabbiamento” di ogni deputato e senatore entro i confini di un “mandato imperativo” (peraltro, vietato dalla Costituzione). Ma per avere un Parlamento “centrale” nella vita politica, ogni parlamentare non può che essere libero di esprimersi anche cambiando opinione (d’altronde questo è il Paese dei voltagabbana; ma semmai spetterebbe ai partiti trovare il modo di non farsi abbandonare dai propri aderenti). Ma non solo. Per fare politica sul serio, in Parlamento, occorrerebbe un’alta qualità dei quadri dirigenti politici: ma chi potrebbe formarli, con partiti che non svolgono alcun ruolo se non quello di “comitati elettorali”? E se i banchi di Montecitorio e Palazzo Madama sono pieni di “pianisti” e miracolati dai leader, in virtù della loro fedeltà e obbedienza (virtù canine, prima che umane), chi dovrebbe e potrebbe fare davvero politica in un Parlamento tornato “centrale”?

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