Tutto sembra esser stato detto, sul ritorno di Matteo Renzi in campo. I motivi psicologici, quelli pratici, le convenienze immediate, l’opportunismo, le furbate (anzi le “renzate”, come le ha battezzate lui stesso). Non avendo l’assillo del voto  – ha escluso di presentare “ItaliaViva” a competizioni elettorali prima delle politiche del 2023- , né quello della consistenza numerica (ha portato con sé soltanto le truppe sufficienti a tenere sotto scacco la maggioranza), ciò cui si dedicherà Matteo Renzi è l’occupazione di una posizione centrale nello scacchiere politico. Alla “Ghino di Tacco”, come pure è stato osservato; centralità che portò a Palazzo Chigi Bettino Craxi nonostante l'”onda lunga” socialista stentasse molto a trainare consensi verso il Garofano.

Ma i paragoni storici sono sempre forzati fuorvianti, e quello tra Renzi e Craxi del tutto improponibile anche per la qualità del tutto diversa (a partire dallo spessore umano e politico) tra i due personaggi. Eppure c’è una piccola somiglianza di destino: se Craxi attese a lungo e invano che il Pci svuotasse il proprio elettorato nel vagheggiato (ma poco perseguito, in verità) progetto di “Unità socialista”, l’attesa di Renzi rischia di diventare ancora più logorante. Se il Pd sarà costretto a mutare profondamente – e magari lo facesse buttando a mare una serie di luoghi comuni, financo su se stesso -, resta assai difficile che il grosso dell’elettorato pidino possa essere interessato all’offerta costituita da Renzi (i sondaggi oggi rilevano un 3/5% che difficilmente si avvicinerà mai alla doppia cifra). Del tutto palese, invece, l’Opa che Renzi lancia nel campo del centrodestra, rivolgendosi ai berlusconiani che non vogliono “morire salviniani”. Solo un’iniziativa forte e duratura sembra in grado di scongiurare il dissolvimento, presto o tardi, di Forza Italia.

Ciò che invece non appare ancora con la dovuta chiarezza è l’incidenza che lo sgretolamento grillino ha avuto e potrà avere sulle ricomposizioni del quadro politico in atto. C’è chi vede nei grillini una succursale della peggiore e più inconcludente sinistra radicale, chi un magma centrista destinato al perenne trasformismo, chi ne valuta gli aspetti di consonanza con i leghisti. Fatta eccezione per quella ridotta fetta di elettorato di M5S che nel tempo ha rotto il tabù avvicinandosi a Salvini (che giunge fino a lambire l’area “governista” di Di Maio), e anche se al momento sembrerebbe utopia, è proprio dentro il qualunquismo liquido grillino che si confronteranno le ambizioni di Zingaretti, Conte e Renzi. Tutti e tre (con modalità differenti, certo), scateneranno una concorrenza spietata per intercettare le truppe di rientro dalla sbornia incoraggiata da Beppe Grillo, in particolare Renzi e Conte. Si parla di elettorato, non di ceto politico: di gente vera, che la mattina lavora, che guarda i talk distrattamente, che si orienta a poche settimane dal voto sulla scia di emozioni e lievi incontrollabili simpatie del momento. Sarà questo enorme bacino di voti la posta in palio, e tutt’e tre i contendenti hanno le loro carte da giocare. Di perfetta simmetria, quelle tra Renzi e Conte. A meno che, poi, non si scopra che si tratta dello stesso camuffamento. Fate scorta di pop-corn: lo spettacolo sarà lungo e per stomaci di ferro.

 

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