Ma che accade al sindaco di Napoli, Luigi de Magistris? Colto da evidente cupio dissolvi, più confuso che confusionario, smarrito il senso di una sua travolgente (ma autostimata) ascesa nell’empireo della politica italiana, il primo cittadino napoletano più che a un Masaniello assomiglia ormai a un Capitan Fracassa. O piuttosto a un miles gloriosus della commedia plautina. Con involontari infortuni autolesionisti, come quando promise, l’incauto, che Napoli sarebbe assurta “a livello mondiale come efficienza nei trasporti nel 2019” (era luglio del 2017). Incontentabile oltre che incontenibile, qualche giorno fa ci è cascato di nuovo, presentando l’arrivo di alcuni nuovi treni del metrò: “Sono 19, ma ne arriveranno altri 5. Avranno tutti i confort: aria condizionata, aria calda, wi-fi, aiuti per i disabili. Saremo secondi solo al Giappone”.

Mentre lui veniva preso a pomodori virtuali dal Web, persino un autista dell’Azienda municiapale dei trasporti napoletana si è sentito in dovere di smentire il sindaco, e ha postato un videoclip: “Venga un giorno a sua scelta con me sulla linea che preferisce… Come sanno i napoletani che veramente prendono i mezzi pubbici, altro che Giappone e capitale mondiale. E’ come sostenere la verginità di Cicciolina…”. Inutile aggiungere che anche la situazione reale ogni giorno si incarica di smentire. Una lista infinita, di cui basta ricordare solo l’ultima settimana: lo scandaloso stop dei treni della Cirumvesuviana, con i passeggeri costretti a proseguire ardimentosamente sui binari; il disabile che si è attaccato con una corda nell’autobus privo delle regolamentari cinture di sicurezza; le continue soppressioni delle linee fatte passare per riduzioni temporanee del numero di corse; i continui ritardi e guasti “improvvisi” della Linea 1 della Metropolitana, quasi sempre neanche comunicati nelle stazioni.

Ma non di solo trasporto, vive l’inattendibilità del sindaco. L’altro giorno, sul caso della chiusura Whirpool, è arrivato a dire che in caso di confermata chiusura dello stabilimento a Napoli, “faremo un centro produzione collettiva di lavatrici tutto italiano». Meraviglioso, come titolo di “Lercio” o del mai troppo compianto “Male”. Lavatrici “made in Naples”: sarebbe sembrata una battuta mal interpretata, se in un recente passato De Magistris non avesse proposto il ripristino della moneta napoletana (ritorno del tallero?), un referendum per rendere Napoli “Città autonoma” (ritorno al Ducato?), una “flotta navale napoletana” (magari: un tempo era tra le prime d’Europa).

Alle promesse, ai toni da rivoluzionario ardente della rinascita partenopea, sono subentrate le fanfaronate, le sparate a vuoto, le frasi a effetto campate in aria. Segno che il sindaco attraversa una fase difficile della sua carriera, alla vigilia del nono anno a Palazzo San Giacomo si rende conto che, escludendo l’improbabile (e sempre minacciata dai canali televisivi che lo ospitano quasi ogni sera) candidatura alle prossime Regionali, la sua carriera politica potrà dirsi esaurita così, in un inconsolabile sotto vuoto spinto dell’incomunicabilità. Neppure le sue “creature”, tipo DemA (ineffabile sopravvalutazione dell’Io, tramite cognome, nascosto dietro il pudico acronimo: Democrazia e Autonomia), hanno mai preso vita. Sopraffatte dall’indifferenza generalizzata, si sono afflosciate come palloni troppo gonfi. Aria nello spazio, fantasie sovrapposte alla realtà, il mesto destino che sembra voler precipitare De Magistris nel buco nero di un universo da lui medesimo creato.

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