«L’essenziale è invisibile agli occhi…» Sono le parole più famose di uno dei capolavori della letteratura novecentesca, un evergreen che a distanza di decenni non cessa di essere letto, da adulti e ragazzi. Da quando nel 2014 sono scaduti i diritti di Saint Exupéry, un diluvio di volumi ha sommerso le librerie. Se non altro, è stata una buona occasione per conoscere le altre sue opere, spesso eclissate da Il piccolo principe: lo scrittore-aviatore era molto più di un narratore per bambini, era un fine intellettuale dotato di una visione del mondo solida e strutturata, dai risvolti spesso inaspettati.

Annoverato da Stenio Solinas tra i suoi “compagni di solitudine”, Saint-Ex – così lo chiamavano i suoi amici – era anzitutto un uomo d’azione. Che si metteva alla macchina da scrivere solo per fare in modo che quest’azione non finisse mai. «Non vuole scrivere nulla che la sua vita non garantisca» disse Roger Caillois, mentre Malraux vide in lui la fusione di azione e letteratura.

St-Exupery-1Il pilota, lo scrittore… allora l’aviazione non era puro automatismo ma anzitutto un gesto eroico, la forzatura dei propri limiti. Ad alta quota era possibile vivere esperienze straordinarie, affrontare il proprio io, ogni decollo era una discesa nell’abisso. «Eroi moderni» li ha definiti Bernard Marck nella sua biografia dell’autore del Piccolo principe. Eroi come Jean Mermoz, amico di Saint-Ex, con cui lavorò nella Aerolínas Argentinas, inabissatosi nell’Atlantico il 7 dicembre 1936 a bordo del suo Latécoère 300 “Croix du Sud”. Nel 1924, all’esame di ammissione come pilota postale, si prodigò in pericolosissime circonvoluzioni aeree, sperando d’impressionare il commissario d’esame, che gli rispose, sprezzante: «Non abbiamo bisogno di acrobati, ma di conducenti d’autobus». Merzoz gli diede il contentino: ovviamente passò l’esame. Lo spirito di quel tipo di aviazione sta in aneddoti come questo, la ricerca del «carattere sacro dell’avventura» di cui Saint-Ex parlerà in Volo di notte, che batte sulle carlinghe e frusta gli aeroplani, di quota in quota, nel segno del «misterioso lavorìo di una carne viva».

Aspetti colti da molti, come Ernst Jünger, che nel suo Boschetto 125 descrive una serata con questi eroi dell’aria. Ne rimane sconvolto: in loro vede «il saluto di una vita nuova, misteriosa e pericolosa». È come se avessero compreso qualcosa di più del mondo, di un secolo che, «al di sotto della sua fredda superficie, arde di prodigi e di segreti». Una casta, antica e moderna, che interpreta lo spirito del tempo facendosene protagonista. È in loro che il Novecento si riconoscerà, in tutta la sua fiammeggiante cupezza. Han giurato vendetta al culto borghese della tranquillità: «La lotta è la loro grande passione, la voglia di sfidare il destino, di essere il destino. Nella loro arditezza si celebra lo sposalizio tra lo spirito dell’antica cavalleria e la rigorosa freddezza delle nostre forme di lavoro».

Il 3 settembre 1939 Saint-Ex si arruola nell’Armée de l’air. In realtà è un pacifista convinto, che vede nella guerra un pessimo surrogato dell’avventura, ma deve difendere il suo Paese – da Francese non può tirarsi indietro. Ma non è proprio in forma ed è piuttosto in là con gli anni: viene inserito in una squadriglia di ricognizione aerea. Il 22 maggio 1940 si libra nei cieli di Arras. Un’esperienza trasfigurante: «Abbiamo visto fiammeggiare la Francia» scriverà in Pilota di guerra, forse il suo libro più bello e intenso, «abbiamo visto risplendere il mare. Siamo invecchiati ad alta quota. Ci siamo gettati nell’incendio. Abbiamo sacrificato tutto. Abbiamo imparato su noi stessi più di quello che avremmo imparato in dieci anni di meditazioni».

Sotto il fuoco della contraerea la vita si riaccende in ogni istante, bruciando la percezione del pericolo. Altro che ebbrezza del combattimento, «è l’ebbrezza della vita! Eh! Quelli che tirano laggiù, se l’immaginano di forgiarci?». La coscienza si desta a contatto con la morte. In preda a una frenesia che strappa l’uomo alla maledizione di una vita tranquilla e mediocre, il suo mitragliere si abbandona a rivelazioni: «Eh! Caro mio… avresti da girare un bel pezzo per trovare una cosa simile nella vita civile…». Risvegli ad alta quota.

Intanto, intorno a lui va in scena la commedia di un Novecento nato stanco: una Belle Époque, due Guerre Mondiali, un’Europa sempre più prostrata e agonizzante… Il futuro ha un volto terribile, un’anima tecnica. Una tecnica che si appresta a celebrare terribili baccanali. Il mondo intero si tecnicizza, inarrestabile. Il Nostro ci riflette su, senza indugiare in pessimismi né ottimismi: non è un progressista, ma nemmeno rimpiange i bei tempi andati. Se la tecnica ci fa paura, scrive, la colpa è nostra, perché siamo incapaci di ascoltarne la voce. Siamo antiquati a noi stessi, scriveranno i “realisti magici” Louis Pawels e Jacques Bergier nel loro Mattino dei maghi. Saint-Ex li anticipa: «Adoperiamo, per capire il mondo di oggi, una lingua che si formò per il mondo di ieri», «siamo emigranti che non si sono ancora fondati una patria». La citazione è tratta da Terra degli uomini, capolavoro premiato dall’Académie Française e definito da Brasillach «il limite eroico in cui l’uomo si distingue dalla bestia». Solo un eretico poteva comprendere un eretico. Cosa che non fecero altri benpensanti, che lo accusarono di essere un militarista esteta della violenza, ostracizzandolo a destra e a manca perché non scelse né Vichy né De Gaulle, ma la Francia.

0300771h-13Saint-Ex era un antimoderno, basta leggere i suoi ricchissimi Taccuini. Detestava il capitalismo selvaggio, fondato sulla peggiore delle aristocrazie, quella del denaro, ma anche il classismo marxista, i dogmi della Collettività quantitativa, che ci hanno fatto precipitare in un «formicaio basato sulla somma degli individui». Incatenano i destini dei popoli alle leggi della materia, dimenticandosi la loro anima, la loro dimensione spirituale. Ecco ciò che negano il comunismo sovietico e il sogno americano, il cui obiettivo congiunto è la produzione di un uomo automatizzato, asettico e irreggimentato, sonnambulico e seriale. Per poi non parlare della democrazia, regno di un «individuo miserabile». Sono tutte maschere di un potere che rovescia una divinità per eleggerne un’altra, rade al suolo un tempio per erigerne uno più spietato, lo Stato laico e secolarizzato: «Sono spaventato dalla difficoltà di fare derivare l’autorità da qualcosa che non sia Dio. Il seme si getta dall’alto».

Altro che stella rossa o stella bianca: la politica «ha senso soltanto per servire una certezza spirituale». Nel buio dei primi decenni del XX secolo, in mezzo alla militarizzazione selvaggia del pianeta, il Nostro fissa le stelle. Occorre restituire agli uomini, scriverà in una lettera aperta ai generali, un significato spirituale, l’unico in grado di fondare uno spirito comunitario non basato sulla sopraffazione reciproca, dell’oro come dell’acciaio.

Se la fratellanza degli illuministi è fallita, occorre fondarne un’altra, metafisica, aprendo l’uomo verso l’alto. Allora scompariranno gli individui e apparirà l’Uomo, «misura comune dei popoli e delle razze». Sarà lui ad attraversare il meridiano zero, il nichilismo, instaurando una nuova epoca, al riparo dalla barbarie cui hanno condotto le magnifiche sorti e progressive. L’individuo? «Non è che una strada. Importa solo l’Uomo che la percorre e la supera» leggiamo in Pilota di Guerra. Le civiltà? «Camminamenti che aprono all’uomo la sua vastità interiore». Più chiaro di così…

Conta solo ciò che permette all’uomo di tornare alla sua vera patria, che supera questo mondo ma questo mondo abbraccia, nobilitandolo e nobilitandoci. Lo spirito è tutto. È alla luce di queste idee che andrebbero rilette le parole sussurrate dalla volpe al fanciullo dai capelli d’oro: «L’essenziale è invisibile agli occhi»…

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