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“L’Italia potrebbe vivere solo di turismo” dicono a gran voce gli animatori del villaggio globale che nei giorni di ferie si trincerano nelle loro ville al mare o in montagna dove visitatori non ce ne sono, oppure in quei resort pluristellati nei Paesi del terzo mondo. Della serie: voi vi subite le invasioni barbariche, noi ci facciamo i viaggi elitari. Il turismo infatti è diventato un indice di sottomissione al colonialismo economico globale. Più i dati statistici legati ad esso sono positivi più un Paese potrebbe essere considerato come un luogo sottosviluppato e di sfruttamento dove i nuovi ricchi occidentali possono trascorrere le vacanze e spegnere le proprie passioni. Michel Houellebecq nel romanzo Piattaforma. Nel centro del mondo ci aveva svelato l’impostura del turismo sessuale in Thailandia. Una forma di viaggio non tanto diversa da quella odierna delle signore ultra-cinquantenni americane che vanno alla Havana tra i gigolò cubani. Si pensi anche al turismo coloniale nei Paesi africani (Kenya, Sudafrica) dove i bianchi se ne stanno tra bianchi, lontani decine di chilometri dalla povertà dilagante che circonda safari e grandi hotel. Oppure al turismo dell’intrattenimento in Grecia dove i giovani occidentali di tutto il mondo, mentre lo Stato viene saccheggiato, si ritrovano nelle isole greche di Ios e Mykonos per curare le crisi ormonali.

Così questi animatori del villaggio globale con questa retorica da “pizza, spaghetti, e mandolino” e una visione turistica del mondo vorrebbero trasformare anche l’Italia in un grande resort ornato da musei, animazioni, alberghi, ristoranti per gli stranieri. Loro logica è questa: ogni luogo incontaminato deve diventare un non-luogo. E alla tradizione mediterranea dove “il cliente ha sempre torto” deve prevalere quella americanizzata del “pathos del sorriso” in cui “l’hostess accompagnatrice, l’assistente sociale, l’ingegnere in relazioni pubbliche, la pin-up pubblicitaria, hanno per missione secolare la lubrificazione dei rapporti sociali attraverso il sorriso istituzionale” (Jean Baudrillard).

Dicono, gli animatori del villaggio globale, che il turismo di massa riempie le tasche degli italiani. Si dimenticano, che negli anni Sessanta, priva di materie prime e senza tecnologie avanzate, l’Italia riuscì a diventare la quarta potenza industriale del mondo superando persino l’Inghilterra (fautrice della rivoluzione industriale) soltanto grazie al duro lavoro degli italiani e ad un turismo locale o di piccola scala globale. L’avvenire è distopico. Ce lo ha ricordato pochi mesi fa il patron di Eataly, Oscar  Farinetti che ha detto di voler trasformare il Mezzogiorno in una grande Sharm el Sheik. Così l’Italia diventerà terra contaminata da sottoculture, e noi abitanti locali, diventeremo delle attrazioni turistiche descritte nelle Lonely Planet. “Guarda mamma un italiano!”.

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