105093-mdPrima dello scoppio della crisi siriana, Bashar Al Assad veniva accolto con il tappeto rosso da tutte le cancellerie occidentali, sua moglie Asma invece era definita “icona glamour del Medio Oriente”. “È difficile non rimanere colpiti dalla straordinaria bellezza di questo Paese e dalla genuina ospitalità del suo popolo […] esprimo il mio apprezzamento per l’esempio di laicità e apertura che la Siria offre in Medio Oriente e per la tutela delle libertà assicurate alle antiche comunità cristiane qui residenti […] Non ho dubbi che la vicinanza e la viva simpatia tra i nostri popoli contribuirà a raggiungere risultati sempre più significativi in tutti i campi. Con questo spirito Signor Presidente esprimo i miei più sentiti voti per il suo benessere personale e per quello della Signora Asma unitamente ai miei auspici per la prosperità e del popolo siriano e per lo sviluppo della profonda amicizia tra i nostri due Paesi”. Queste sono le parole estrapolate dal discorso che Giorgio Napolitano, allora presidente della Repubblica Italiana, pronunciò nel 2010 a Damasco.

Poi in un anno cambiò tutto. La Siria da “esempio di laicità e apertura” diventò un feroce regime dittatoriale che opprimeva, reprimeva e massacrava la sua popolazione. Quotidianamente, per due anni, le prime pagine dei giornali e le aperture dei programmi televisivi mandavano notizie diffamanti nei confronti del governo evitando scientemente di oscurare le infiltrazioni terroristiche nelle prime manifestazioni legittime e pacifiche (2011). Si pensava che il clan alawita sarebbe stato liquidato in poco tempo, come accadde con Gheddafi in Libia, e invece così non è stato. Su internet sono cominciati a girare i video e le immagini che testimoniavano le atrocità dei ribelli chiamati per ignoranza o per malafede, “combattenti per la libertà”. Poco a poco che l’esercito siriano dimostrava volontà e capacità di resistenza le maschere sono iniziate a cadere, la cosiddetta “guerra civile” si è svelata sempre più per quello che era veramente: una guerra internazionale “contro lo Stato e le istituzioni siriane”. La provenienza delle armi e dei finanziamenti, così come i campi di addestramento dei ribelli dislocati fuori dai confini nazionali hanno evidenziato la complicità delle potenze straniere nella destabilizzazione del governo di Damasco. Questo scempio deve finire una volta per tutte. Il futuro della Siria è anche il nostro. Per ragioni geografiche, religiose, storiche, geopolitiche.


locandina_damasco_piceniA raccontare insieme al sottoscritto la cronistoria e spiegare gli intrecci geopolitici del conflitto attraverso racconti e proiezioni inedite saranno Alberto Negri (Il Sole 24 Ore), Gian Micalessin (Il Giornale), tutti giornalisti che hanno vissuto in prima persona la guerra in Siria viaggiando in quello che è oggi l’epicentro della “terza guerra mondiale fredda”. Ad introdurre e a moderare l’incontro saranno Lorenzo Borré (presidente del Circolo Proudhon Roma) e Alessio Caschera (caporedattore esteri de L’Intellettuale Dissidente). Appuntamento a Roma mercoledì 27 gennaio alle ore 18.30 in Piazza San Salvatore in Lauro 15 (centro storico). L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti per cui invitiamo gli interessati a venire 15 minuti prima dell’inizio dei lavori. Per i giornalisti non c’è bisogno di accreditarsi, basterà presentare il tesserino all’ingresso. Per maggiori informazioni rivolgersi info@circoloproudhon.it. Qui l’evento su Facebook.

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