179084566__911444cNel mio viaggio di ritorno in Italia ho riflettuto molto sulle giornate trascorse in Iraq. Il paragone con la Siria è stato inevitabile. Da oltre due anni questi Paesi combattono contro lo stesso nemico: Daesh. Ma c’è una differenza sostanziale. In Siria la guerra si protrae dal 2011 mentre in Iraq questa è cominciata nel 1980 e non se n’è mai andata. Prima lo scontro con l’Iran, poi il Kuwait, il conflitto del Golfo del 1990, l’indipendenza del Kurdistan, l’invasione americana del 2003, l’esplosione del terrorismo interno, la creazione di Al Qaeda, ed infine la nascita del Califfato di Al Baghdadi.

Se in Siria i ricordi di come si viveva prima del conflitto bellico sono ancora nitidi, in Iraq le persone hanno completamente perso la memoria e vivono nella frustrazione, traditi dalle promesse, stanchi di credere che le cose prima o poi cambieranno. Come non comprendere quelle famiglie che in tre decenni si sono trasferite da un villaggio all’altro, hanno visto la loro casa distrutta dai bombardamenti e oggi abitano, senza alcuna prospettiva, nei campi di rifugiati? Ho parlato con loro, mi sono seduto davanti una tazza di thé dentro i prefabbricati, e non ho trovato una persona che volesse rimanere nel Paese. Il cuore non batte più, tutti sognano di andare in Europa o in Australia. Nei ceti popolari poi mi ha impressionato la quantità di ragazzi handicappati o deformi. Sono le conseguenze di una guerra trentennale che sta distruggendo l’etnia arabo-irachena e curda. Non ci immaginiamo nemmeno quanto le armi, le bombe e gli esplosivi possano contaminare la terra e le acque, quello che mangiamo e beviamo, e di conseguenza destabilizzare l’unità genetica e i tratti somatici delle popolazioni.

Ma nonostante le straordinarie storie umane, torno dall’Iraq con un profondo senso di tristezza. In Siria non fu così. La guerra ha la capacità e la forza di trasformare l’approccio spirituale che solitamente ogni essere umano intrattiene con l’esistenza. Provate a chiedere ad un bambino di Aleppo, Homs o Damasco cosa vuole fare da grande. Risponderà entusiasta: “il cecchino!”, “il carrista!”, “il pilota!”. Esiste infatti tra le nuove generazioni un sentimento diffuso di speranza e di orgoglio perché la pace è un ricordo vivo e ancora raggiungibile. Non è un caso che la maggior parte delle persone sia rimasta a combattere per difendere la propria terra.

In Iraq si ha paura dell’avvenire, o meglio lo si conosce già: è un’illusione che la sconfitta del Califfato porterà a soluzioni pacifiche. Tutti dicono che nascerà un nuovo fondamentalismo, occidentale o islamista che sia. La rassegnazione non fa altro che accelerare quella disgregazione dei popoli iniziata tanto tempo fa. Come potranno gli iracheni ricostituirsi in società civile se mancherà la fiducia nel prossimo? I vicini di casa si sono traditi a vicenda per salvarsi la pelle, i cristiani puntano il dito sui sunniti che vivono sotto l’occupazione dell’Isis, i sunniti danno la colpa agli sciiti per averli messi ai margini dello Stato, gli sciiti approfittano del momento storico per vendicarsi contro i sunniti. Tutti hanno torto e ragione allo stesso tempo. Ma oggi è questo l’Iraq. Un Paese che prima degli anni Novanta con tanti problemi interni riusciva a trovare forme alternative di convivenza, ma che di fatto non esiste più da quando gli americani hanno puntato sul fattore etnico-religioso per mettere gli uni contro gli altri ed espandere la loro egemonia nella regione. Odio questa espressione, ma faccio un’eccezione: ho visto con i miei occhi cosa è un “crimine contro l’umanità”, pertanto sembra rimasto impunito.

Ma piangersi addosso non serve a nulla, per questo mi sforzo di ricordare e raccontare la grandezza degli iracheni che nonostante tutte le ingiustizie subite conservano ancora un’umanità infinita. E’ da queste storie che bisogna ripartire: mi trovavo nella piana di Ninive, tra Qaraqosh, Bartella e Karamelesh, e parlando con un generale mi racconta di sua figlia che tra qualche giorno dovrà sposarsi. Sono musulmani. Chiedo in che modo si svolgeranno i festeggiamenti secondo la tradizione, dove sarà la cerimonia. Mi guarda diritto negli occhi e, senza ipocrisie, mi confessa a bassa voce le seguenti parole, che credo, rimarranno impresse per sempre nei miei ricordi: “Sono felice per lei, ma abbiamo deciso tutti insieme che non ci saranno festeggiamenti. Non ce la sentiamo, i nostri fratelli iracheni hanno sofferto troppo in questi ultimi anni”.

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