Donald Trump campaigns Sunrise, FloridaNegli ultimi giorni è accaduto l’impensabile sul piano internazionale. Proviamo ad unire tutti i puntini. In un primo momento l’ambasciatrice degli Usa al Consiglio di Sicurezza, Nikki Haley, insieme al Segretario di Stato Rex Tillerson, aveva sancito la dottrina isolazionista dell’amministrazione Trump annunciando che rovesciare Bashar Al Assad non era più la “priorità”. Successivamente tutti vengono richiamati all’ordine dalla notizia non verificata – ma diffusa dalla gran cassa mediatica – dell’utilizzo di armi chimiche da parte del governo di Damasco nelle zone occupate dai jihadisti. La Casa Bianca accetta la versione ufficiale e all’improvviso ripensa il suo approccio in politica estera considerando persino l’ipotesi di un’azione militare in Siria (e dunque anche contro la Russia). Infine esce fuori la notizia che Stephen Bannon, ex direttore di Breitbart, definito da alcuni come l’ideologo più influente del populismo americano (molto diverso da quello europeo), esce dal Consiglio per la Sicurezza nazionale, l’organo che più di ogni altro orienta le decisioni del presidente degli Stati Uniti in materia di politica internazionale, e al suo posto viene nominato il generale McMaster, lo stratega della disastrosa guerra in Iraq. E poi dicono che i “regimi militari” esistono solo in Medio Oriente e in Sudamerica.

Tutta questa storia sembra un “déjà vu”. Magari tra qualche anno ci diranno che le “armi chimiche” ad Idlib non erano mai state utilizzate. Ma sarà troppo tardi. Del resto le prove erano insufficienti, non solo perché le fonti – Al Jazeera, Al Arabiya, l’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani e i Caschi Bianchi – rispondono tutte all’agenda straniera di Paesi coinvolti sin dal 2011 della destabilizzazione della Siria, ma soprattutto perché Assad aveva smantellato i suoi arsenali in accordo con le Nazioni Unite già nel 2014. E poi conviene non dimenticarsi della vicenda analoga a Ghouta nel 2013 quando il governo di Damasco fu accusato della strage con l’uso del gas poi smentito qualche mese dopo dal giornalista americano nonché Premio Pulitzer Seymour Hersh il quale dimostrò che fu utilizzato dai ribelli. Persino Barack Obama, l’uomo che ha permesso la nascita e l’ascesa dello Stato Islamico, non ordinò in quell’occasione un intervento militare. Le minacce rimasero minacce. Ora le cose sono cambiate diametralmente. Al bambino che giocava a fare il cow boy gli è stata data una pistola. Vera questa volta.

Donald Trump è stato manovrato dal Pentagono ad agire unilateralmente. Nella notte da due navi americane di stanza nel Mediterraneo orientale sono stati lanciati 59 missili Tomahawk contro la base siriana di Al Shayrat, da dove, secondo l’intelligence Usa, sarebbero partiti i caccia carichi di armi chimiche. Esultano tutti: l’Isis, l’Arabia Saudita, la Turchia, Israele. Esultano persino i più grandi detrattori della sovranità siriana che durante la campagna elettorale avevano ridicolizzato The Donald. Se molti, di fronte alla candidata guerrafondaia Hillary Clinton, avevano giustamente sperato nell’isolazionismo del tycoon si sbagliavano. Ci sbagliavamo. In America non è il presidente a comandare. E persino chi si dice anti-establishment può diventare più establishment dell’establishment.

Tag: , , , ,