18953441_1735261776491122_1310417841511898364_oAncora una volta il metro dello “scontro di civiltà” non servirà a decodificare quello che sta accadendo in questi giorni. Il terrorismo va oltre la dimensione sacra, qualsiasi essa sia, può colpire la Cattedrale cattolica di Notre Dame e il giorno dopo schiantarsi contro il Santuario dell’Imam Khomeini a Teheran. In principio c’è e ci sarà sempre la geopolitica. Tutto è iniziato con il viaggio di Donald Trump nel Vicino e Medio Oriente che è servito a rinsaldare la santa alleanza tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele e firmare col sangue una strategia di breve e medio periodo contro la Repubblica Islamica dell’Iran colpevole di aver spaccato – insieme a Bashar Al Assad, Hassan Nasrallah e Haider Al Abadi – il giocattolo della Jihad in Siria e Iraq. Così per mascherare i successi militari dell’asse sciita sul terrorismo, il “povero” sceicco del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani è diventato l’agnello da sacrificare sull’altare della nuova politica estera americana.

Dopo sei anni di laissez-faire, ora sembra arrivato il momento di passare all’azione prima che gli altri si prendano i meriti della vittoria: ma eliminare il sedicente Stato Islamico e i gruppi affini ideologicamente non coincide con la sorte degli islamisti. Tutti quei miliziani che hanno giurato fedeltà possono essere protetti e riutilizzati in un secondo momento. Questo è l’altro motivo per cui le guerre di liberazione di Raqqa e di Mosul vengono portate avanti rispettivamente dai soldati delle Forze Democratiche Siriane (curdi) e dalla Golden Division (iracheni), entrambi appoggiati dagli americani che parallelamente vogliono ostacolare le milizie sciite irachene e le truppe governative siriane di riaprire l’autostrada che collega Damasco e Baghdad passando per Al Tanf (dove c’è stato il raid della Coalizione Internazionale guidata dagli Usa per fermare l’avanzata dell’esercito di Assad) perché oltre che a rinforzare la cooperazione tra i due governi bloccherebbe il transito dei jihadisti verso l’Arabia Saudita. C’è un altro pezzo da non sottovalutare in questo puzzle. Qualche giorno fa è stato nominato Michael D’Andrea detto “Ayatollah Mike” (colui che ha organizzato l’assassinio di Imad Mougniyeh a Damasco nel 2008) come responsabile della sezione iraniana della CIA. Ecco che gli attacchi terroristici che hanno colpito Teheran hanno un retrogusto minatorio. I jihadisti liberi dallo Stato Islamico e da Al Qaeda sono diventati un’arma puntata contro la Repubblica Islamica dell’Iran e l’intero mondo sciita.

All’orizzonte si intravede un Medio Oriente che nasce sulle macerie della Siria e dell’Iraq e che vedrà fronteggiarsi senza esclusione di colpi l’asse sciita che da Beirut arriva fino a Teheran passando per Damasco e Baghdad contro il blocco Riad-Washington-Tel Aviv. Lo slogan “America first” di Donald Trump non era un programma di isolamento ma di potenza e i toni di distensione verso di Vladimir Putin miravano a sostituire la russofobia con l’iranofobia ed invitare Mosca in un secondo momento a scaricare i suoi alleati tradizionali nel Vicino e Medio Oriente in cambio di una politica meno aggressiva da parte dell’Unione Europea e della Casa Bianca. Ma l’Iran ha rinunciato al nucleare perché ha sempre saputo di poter contare sulle zampe dell’Orso russo. Putin, che intrattiene rapporti con tutti, possiede una grande responsabilità: evitare la terza guerra del Golfo.

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