peshmerga-cannesE’ interessante studiare il tema “Oriente e Occidente” sul piano della comunicazione perché le guerre oggi non si vincono solo con il kalashnikov ma anche a colpi di #hashtag. Nel “nostro” immaginario non tutti i combattenti per la libertà, nemici del terrorismo, sono uguali. Prendiamo come esempio Kobane, la città siriana che sorge vicina al confine con la Turchia, che ha visto nel 2014 le milizie del PYD e le soldatesse del Rojava respingere l’assedio di Daesh. Sulla “nuova Stalingrado” sono state scritte intere paginate, girati documentari, pubblicati fumetti a colori. Insomma, i militari curdi, a differenza di altri, hanno attirato la simpatia di tutto il mondo occidentale, tanto che per molti giovani europei il “Kurdistan” è diventato oggi quello che era il Kibbutz israeliano negli anni Cinquanta e Sessanta: una tappa fondamentale, una scuola di vita, un viaggio che andava fatto almeno una volta nella vita. Non è un caso che molti stranieri – i cosiddetti foreign fighter – abbiano preso parte alla resistenza di Kobane e che ancora oggi si arruolano tra le fila del PYD o del PKK per l’autodeterminazione di questo popolo. L’intelligenza delle autorità curde è stata quella di riuscire ad internazionalizzare la propria causa (in passato grazie alla lotta contro Saddam Hussein oggi contro Daesh, entrambe le volte con il sostegno militare americano) per poi gettarla in mondovisione e comunicarla in modo capillare e massiccio sui social network occidentali (Twitter, Facebook e Instagram).internazc

Ma non sempre la realtà mediatizzata equivale alla realtà sul campo. I curdi combattono, certamente, ma la loro guerra contro il terrorismo jihadista non è minimamente paragonabile – per mezzi ed effettivi militari – a quella dell’esercito siriano e delle milizie sciite di Hezbollah, di Hashd al-Sha’abi e dei Pasdaran. Questa epopea non l’ha scritta nessuno. Manca la narrativa. Strano a dirsi perché in queste storie di guerriglia urbana e di cavalcate nel deserto a caccia di terroristi non mancano leggende, miti ed eroi. 51r83Ak1nlLSi pensi al comandante druso siriano Issam Zahr al Din che che difende da quasi tre anni Deir Ezzor  con il suo reggimento, oppure a Qassem Soleimani, il generale iraniano della Brigata Al Qods, incaricato a tessere nell’ombra quella mezzaluna sciita che va da Beirut a Teheran passando per Damasco e Baghdad, o ancora ad Hassan Nasrallah, leader carismatico libanese ricercato dagli israeliani che vive da anni in un misterioso bunker. Senza dimenticare tutti quei giovani volontari e combattenti  in uniforme che pubblicano goffamente sui profili i loro selfie – senza filtri – scattati direttamente sul campo di battaglia.

Eppure, in Occidente, sembra che a combattere il terroristi di Al Qaeda e dell’Isis ci siano solo e soltanto i peshmerga benedetti da Bernard Henri Levy, le Forze Democratiche Siriane appoggiate dall’aviazione statunitense e le soldatesse del “Rojava” disegnate da Zerocalcare. Peggio, gli altri, quelli che hanno inflitto i colpi più duri al terrorismo di matrice jihadista, difendendo la nostra civiltà romana e cristiana in Oriente e non una causa etnico-nazionalista, vengono demonizzati (vedi battaglia di Aleppo) o fatti scivolare nel dimenticato della storia (vedi assedio di Deir Ezzor). Che importa direbbe un buon musulmano. Ciò che conta non è la gloria ma il paradiso. Ma in questo mondo, purtroppo, anche le profane copertine occidentali sono diventate sacre. 

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