1do0Le dinamiche socio-politiche del Medio Oriente si intrecciano con quelle dell’Europa fino a sovrapporsi. E’ evidente che esistono alcuni gruppi di pressione che mirano alla destabilizzazione di queste due regioni attraverso tre strumenti perfettamente identificabili, collegati fra loro e consequenziali: il terrorismo jihadista, la deportazione di milioni di rifugiati ed infine la creazione di nuove regioni indipendenti sulle ceneri di Stati-Nazioni depotenziati dalla crisi economica o dalla guerra. Stiamo progressivamente entrando in un nuovo paradigma geopolitico che vede l’arretramento del Califfato in “Siraq” insieme ad un inquadramento reale dei flussi migratori da parte di tutti i governi e la transizione verso una frammentazione dell’Europa e del Medio Oriente via le rivendicazioni “etno-regionaliste”.

La teoria diffusa per cui la caduta dello Stato Islamico non fermerà il terrorismo potrebbe essere parzialmente vera da quando il clan Barzani ha valutato l’ipotesi dell’indipendenza del Kurdistan dopo un referendum consultivo del 25 settembre. Le centrali del potere statunitense sanno perfettamente che l’Arabia Saudita è un partner sempre meno affidabile e contestato dai Paesi della regione. Inoltre la maggior parte dei musulmani, in particolare i non arabi (Afghanistan, Pakistan, Iran) e “gli arabi della diaspora”, hanno rigettato il progetto wahabita di Daesh (esportato dalle autorità religiose saudite appunto). In Asia Centrale sono stati combattuti con le armi, vedi i talebani, mentre in Europa, la narrativa fondamentalista, ha sedotto un sottoproletariato sradicato e poco attento agli insegnamenti del Corano. Insomma rispetto al passato la matrice religiosa non fa più presa su queste popolazioni per questo motivo è stata sostituita da quella etno-regionalista.

Il nuovo cavallo da corsa mediorientale si chiama infatti Kurdistan, uno Stato debole che diventerà la retrovia statunitense situata tra Turchia, Iran e Russia, i suoi tre principali concorrenti nella regione, ma che servirà soprattutto ad Israele – unico Paese ad aver riconosciuto il referendum – per tutelare la sua indipendenza militare rispetto agli Stati Uniti d’America. Così anche in Europa, dopo le ultime vicende spagnole legate alla Catalogna, si rischia di accelerare quel processo di balcanizzazione iniziato con la guerra in Jugoslavia nel 1991  e fomentare, col passare dei mesi, tutti quei movimenti e partiti indipendentisti disseminati nel Vecchio Continente. Prima di sventolare la bandiera dell’autodeterminazione dei popoli domandiamoci a chi conviene, ma soprattutto siamo proprio sicuri che “indipendenza” fa rima con sovranità? 

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