13961212000437_PhotoIda Beirut“Stanno morendo donne e bambini”. Quante volte abbiamo sentito questa espressione durante la recente reazione militare dell’aviazione siriana ai colpi di mortaio che dalla Ghouta Orientale, da più di cinque anni, colpiscono costantemente i quartieri centrali di Damasco? Quante volte abbiamo visto in quei giorni i portavoce delle principali organizzazioni non governative comparire in televisione per raccogliere donazioni vendendo all’opinione pubblica la crisi umanitaria? Quante volte abbiamo provato una cieca compassione lacrimevole, manipolati dallo “spettacolo del dolore”, dimenticando che in Siria la guerra è stata importata all’improvviso? “Donne e bambini” dicevano. Proprio loro che per tutto questo tempo tacevano quando sapevano perfettamente che da quelle parti il sistema della distribuzione degli aiuti, i loro aiuti, era gestito da operatori (legati alle Nazioni Unite) che chiedevano sesso alle donne in cambio di beni di prima necessità. Proprio loro che in queste ore in cui vige una tregua parziale, tacciono sui jihadisti che sparano sui civili in fuga dai corridoi umanitari aperti dal governo siriano nel settore orientale della Ghouta.

Circola in rete e su tutte le emittenti televisive arabe un video in cui una sorella e un fratello, Fatima e Hamza, corrono di notte, impauriti, sotto il fuoco di sbarramento ribelle. Ad aspettarli ci sono due soldati dell’esercito che li prendono di forza per portarli in salvo nell’accampamento militare più vicino. I genitori, nel frattempo pare che sarebbero morti nella terrificante fuga da Duma dove di fatto erano presi letteralmente in ostaggio dai gruppi jihadisti che controllano l’area: Ahrar al Sham, Faylaq al Rahman, Tahir al Sham, e Jaish al Islam. Intorno a questa storia regna il silenzio perché lo spartito del ritorno occidentale è sempre lo stesso. Come accadde  ad Aleppo e come accadrà del resto a Idlib, l’ultima sacca che raccoglie i peggior rimasugli del jihadismo, anche nella battaglia di Ghouta oggi,  sembra vietato dare un’anima ai governativi. Il messaggio che deve passare è quello di una forza bellica cinica, brutale, disumana. Guai a riportare l’immagine di un uomo in divisa che nonostante le sue condizioni di vita inquadrata, dissociata, sottopagata, dopo otto anni di guerra, sorride al checkpoint mentre controlla i passaporti degli automobilisti, guai a parlare della miriade dei centri di accoglienza che il governo di Damasco ha costruito in tutto il Paese per ospitare quei civili scappati dalle zone occupate dai ribelli, guai a ricordare l’istituzione di un Ministero per la Riconciliazione IMG_3788Nazionale che prima di piegarsi ai bombardamenti dell’aviazione apre trattative interminabili con i capibanda, per salvare più vite possibili ed evitare un bagno di sangue, e quando non trova una soluzione diplomatica lancia volantini di carta che invitato i residenti a fuggire prima dell’offensiva.

E’ vero, in guerra, saltano tutte le categorie morali, si diventa indifferenti al mondo circostante, si commettono gesti che in un contesto pacifico non troverebbero spazio nemmeno nei retro-pensieri, ma con quale diritto gli “umanitari” e gli “umanisti”, dall’alto dei loro scranni, si ergono a rappresentanti del Bene? Ma soprattutto con quale legittimità pretendono di difendere donne e bambini quando la vita di quelle donne e quei bambini improvvisamente assume un valore diverso a seconda della collocazione geografico-politica?

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