1Deraa, città tradizionalmente bassista, iniziarono le prime manifestazioni nel marzo del 2011 contro il governo siriano. Ci andai per la prima volta nel Marzo del 2018 per raccogliere preziose testimonianze sulle origini della guerra (nelle foto che ho scattato mentre mi avvicinavo alla prima linea in pieno centro urbano e nella provincia appena riconquistata) tra quei residenti che in un primo momento presero parte alle mobilitazioni ma che si ritirarono non appena si resero conto – molto presto – che i gruppi jihadisti presenti nel Paese stavano mettendo il cappello sulle rivolte. Allora la città era ancora divisa in due, c’era una calma apparente, anche se gli abitanti già sospettavano che da lì a pochi mesi l’Esercito Arabo Siriano avrebbe lanciato un’offensiva militare per riconquistare l’intera provincia. Infatti così è stato: in queste ore si combatte nelle periferie ma Deraa sta tornando interamente nelle mani del governo di Damasco anche grazie ad un accordo diplomatico raggiunto con Tel Aviv (e in parte anche la Giordania) per intercessione dei russi. In compenso ora resta da sciogliere il nodo di Quneitra, a ridosso del Golan, al confine con Israele, che rimane occupato, e indisturbato da anni con la complicità delle autorità israeliane, da combattenti di Daesh e di Fatah Al-Sham (ex Jabhat al Nusra, ramo siriano di Al Qaeda). Ma questa è un’altra storia che si ridiscuterà nelle prossime settimane quando l’intera provincia di Deraa verrà messa in sicurezza. 3

Questa vittoria possiede una doppia valenza, strategica e simbolica. Da un lato ha riportato sotto il controllo governativo il terminale siriano della M5, l’autostrada di 450 chilometri che attraversa il Paese da Nord a Sud, da Aleppo fino alla frontiera di Nassib con la Giordania, dall’altro, Deraa, città focolare della protesta e epicentro delle infiltrazioni terroristiche torna nelle mani di Bashar al Assad.

“Inizialmente erano dimostrazioni di piazza normali, non c’era tanta gente, ci trovavamo nel mezzo della ‘primavera araba’, le persone scendevano in strada per rivendicare un vago cambiamento”, mi raccontò un abitante della città che avevo intervistato a casa mentre fuori dalla finestra si sentivano gli scoppi dei colpi di arma da fuoco. “Fino a qui nulla di strano, il problema è che il terzo giorno lo slogan divenne ‘i cristiani a Beirut, gli alawiti nella tomba’ – continuò – poi ‘tutti nella tomba'”.  In effetti c’era da aspettarselo perché le settimane che precedettero la grande manifestazione di Venerdì 18 Marzo del 2011, all’uscita della moschea Al Omari, in cui ci furono violenti scontri con la polizia, alcuni fedeli già si davano appuntamento da mesi in quel giorno di preghiera per organizzare qualcosa che sarebbe diventato col passare del tempo di portata maggiore. Impugnando simboli sunniti a uso politico-ideologico, pretendevano di parlare a nome di tutti i siriani. In poco tempo arrivarono, le armi, i soldi, i combattenti stranieri, i provocatori, gli infiltrati, il sostegno mediatico occidentale, i morti. Così la situazione sfuggì di mano a tutti gli attori in campo.

2Ma badate bene, questa è solo una parte del conflitto. In molti hanno tentato di offrire una chiave di lettura confessionale della guerra in cui alawiti e cristiani si contrapponevano ai sunniti. Se è vero che la base della rivolta fosse sunnita, è ancora più vero che la maggioranza dei siriani di quel credo religioso si siano schierati con la resistenza – quella della causa nazionale – e abbiano partecipato alla liberazione del Paese: tra questi una larga parte dei soldati e dei generali, la borghesia damascena e aleppina e soprattutto la massima autorità religiosa dell’Islam sunnita, il Gran Mufti Ahmad Badreddine Hassoun. Ora gli esportatori dello scontro di civiltà se ne facciano una ragione: la Siria è e rimarrà laica e multiconfessionale. 

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