WAZIROUPensavamo che Thomas Sankara fosse morto definitivamente e invece ci sbagliavamo. Il leader burkinabé assassinato nel 1987 sopravvive nell’immaginario africano anche grazie a Kemi Seba, giovane attivista e fondatore della organizzazione non governativa Emergenze Panafricaniste, appena rientrato da un tour italiano per ampliare il campo d’azione, presentare il nuovo libro L’Africa libera o la morte ma soprattutto diffondere tra i popoli subsahariani della diaspora le sue tesi di autodeterminazione delle nazioni dal neocolonialismo. L’obiettivo è quello di liberare il continente africano da una moneta di subordinazione, il franco CFA, e di convincere tutti quegli immigrati che hanno rischiato la vita per attraversare il mar Mediterraneo alla ricerca di un futuro migliore, a re-immigrare in patria per combattere contro le proprie élite africane colluse con gli interessi occidentali di saccheggio delle risorse autoctone. 
Con Kemi Seba ci scambiammo delle mail nel lontano 2013 quando per la prima volta mi interessai alla sua figura. Si era trasferito da un paio di anni in Senegal dopo una vita trascorsa in Francia (è nato a Strasburgo) per unire, con estrema coerenza ideologica, teoria e prassi, e disseppellire una vasta cultura letteraria anticoloniale che da Marcus Garvey giunge a Frantz Fanon passando da personalità politiche come Thomas Sankara, Patrice Lumumba, e ancora Muammar Gheddafi. Dopo molto tempo e tante corrispondenze virtuali le nostre strade si sono incrociate a Roma dove Kemi Seba è arrivato giovedì scorso in tarda serata in vista di un incontro pubblico che si è tenuto sabato al Baobab, uno spazio abitativo situato in zona Tiburtina. Venerdì abbiamo avuto l’occasione di trascorrere un intero pomeriggio insieme in un bar del Pigneto per conoscerci di persona, discutere del momento storico, e parlare di immigrazione e sfruttamento dell’Africa. Kemi Seba indossava il solito vestito tradizionale colorato, ricamato con le sue iniziali al centro della sagoma dell’Africa. È accompagnato dal suo braccio destro Hery Djehuty e alcuni amici camerunesi che vivono in Italia da diversi anni e che hanno organizzato la visita. La nostra chiacchierata durerà circa tre ore.1
A vedere dai suoi ultimi spostamenti è impressionante come questo giovane leader stia guadagnando consensi tra le masse, in particolare tra i giovani, così velocemente. Tanto è vero che gli hanno vietato l’ingresso in ben tre Paesi con l’accusa di provocare disordine  pubblico. “Non voglio dire che tutti stanno con noi, sia chiaro, molti continuano a imitare il modello occidentale, ma il vento sta cambiando”, mi confessa Kemi che oggi vive in Benin, sua nazione d’origine. Ad ogni modo si dice pronto a sacrificare la vita per i suoi ideali, per lasciare un messaggio all’umanità. “Non è importante capire quanto tempo vivremo ma quanto tempo vivremo liberi in questa esistenza”. Ma quello che mi interessa è capire le motivazioni che lo hanno spinto a venire proprio in Italia. “Ho letto sui giornali che il tema dell’immigrazione è in cima alla vostra agenda politica, siete la porta dell’Europa, e in mare sono morti fratelli e sorelle, sono venuto per capire la situazione e ascoltare quelli che vivono qui, occorre trovare una soluzione il prima possibile”. Che opinione ti sei fatto del ministro degli Interni Matteo Salvini domando io. “Matteo Salvini difende il suo popolo e ha ragione a farlo ma deve sapere che anche noi siamo pronti a difendere il nostro di popolo!”. Vorresti incontrarlo personalmente? “Certamente, non a una cena a lume di candela ma a viso aperto”. Replico io: “come sai seguo da diversi anni il tuo lavoro e posso dirti che nella battaglia di Salvini alle navi delle ONG che trasportano i migranti dalle acque libiche ai porti italiani, alcune di loro finanziate dall’Open Society di Soros, si riflette la tua stessa battaglia di emancipazione da quelle associazioni umanitarie occidentali che operano sul continente africano recintandovi in uno stato di perenne sottomissione psicologica e morale”. “Sì me ne rendo perfettamente conto, abbiamo il medesimo problema, i responsabili di queste ONG hanno capito che il futuro dell’Africa è nella società civile per questo adottano una strategia molto precisa in cui cooptano alcuni esponenti, in particolar modo i cantanti, e li usano per fini politici ed economici neocoloniali, perché alla fine della fiera non muovono mai nessuna critica nei confronti dello sfruttamento delle nostre risorse e allo stesso tempo invitano le nuove generazioni ad inseguire il modello occidentale e abbandonare quanto prima il proprio villaggio”. Dunque, tu e Salvini, mi pare di capire avete lo stesso nemico: lo  sradicamento e lo spostamento dei popoli, aggiungo io. “In parte sì, ma potrò accettare la sua lotta all’immigrazione clandestina soltanto il giorno in cui denuncerà l’emigrazione verso Occidente delle nostre materie prime”.  Ha perfettamente ragione. 
kemi-seba-afrique-libre-ou-mort-couveIn effetti al Baobab di Roma in zona Tiburtina, dove si è svolto il primo incontro pubblico in Italia, la situazione di degrado è sconfortante. Tende usurate, caldo infernale, bagni chimici malandati, assenza totale di igiene. Sono circa 300 i migranti che da diversi anni vivono in questa vera e propria baraccopoli situata dietro alla stazione ferroviaria. Dopo uno veloce visita, Kemi Seba, circondato dai residenti, comincia il suo comizio in piedi con una potenza lessicale, una lucidità di analisi e una verve carismatica degni dei più grandi leader africani. “Quando tornerò tra qualche anno questo luogo non dovrà più esistere. Sopravvivere non serve. Siamo nati per vivere!” esordisce senza mezzi termini il giovane trascinatore. Oltre due ore di incontro, di fronte ad un auditorio composto in larga parte da donne e uomini di origini nordafricane e subsahariane, e mai una volta che Kemi Seba utilizzasse la parola “razzismo” (più usata è stata “identità”) perché la sua analisi sul mondo contemporaneo dissacra, ribalta, stravolge, tutti gli schemi tradizionali. Kemi Seba sostituisce il principio di assimilazione, considerato inefficace, nei Paesi di arrivo, con quello di autodifesa come strumento di lotta fondamentale per la liberazione degli africani discriminati socialmente, politicamente, economicamente, nei propri Paesi d’origine.
Non fa sconti verso i suoi conterranei: siete uomini e donne prima ancora che migranti, è meglio rischiare la propria vita resistendo nel proprio Paese contro gli autocrati che cercare di attraversare il Mediterraneo e vivere l’inferno in Occidente. Invita così i “fratelli e le sorelle” presenti al Baobab a tornare tutti nelle rispettive terre per sostenere le rivoluzioni che ci saranno contro i regimi africani subalterni alle cancellerie occidentali. “I nostri antenati non hanno combattuto contro i colonizzatori per andare poi a chiedere la nazionalità ad altri Paesi europei, accettando per di più di vivere in condizioni drammatiche”. Ritorno alla terra, ritorno al villaggio, ritorno a casa. E’ il leitmotiv di un incontro che annuncia un bivio epocale come titola il suo ultimo libro: l’Africa libera o la morte. Conclude citando una celebre frase dello scrittore e filosofo francese, nativo di Martinica, Frantz Fanon, estrapolata da I dannati della terra: “diffidate da chi vi ama o chi vi disprezza, voi dovete solo esigere rispetto”. È un avvertimento agli africani, affinché lavorino alla decolonizzazione delle coscienze, ma anche agli occidentali, affinché la smettano nel nome dell’anti-razzismo di indicare agli africani chi è il loro vero nemico. “Siamo abbastanza adulti per capirlo da soli”. Bentornato panafricanismo. 
Tag: , , , , ,