Confesso che io ancora non l’ha capito, se la Tav in Val di Susa è necessaria oppure no. Non mi è chiaro se trattasi di scempio faraonico oppure di ineluttabile progresso. Quello che mi devasta la coscienza è il fatto di dovermene occupare. Che io sia un pescatore di San Vito Lo Capo, un artigiano triestino o un disoccupato di Chiomonte, oggi mi devo domandare chi diamine ha ragione. Perché se la benedetta opera davvero serve all’economia del Paese, tutto il Paese si deve mobilitare affinché venga realizzata. E allo stesso modo, se la maledetta opera invece è inutile, tutto il Paese ha il dovere di mobilitarsi affinché venga fermata. Il fatto è che non dovrebbe funzionare così. Io pescatore, artigiano o disoccupato, ho affidato a sindaci, governatori, parlamentari, ministri, il compito di decidere per il Paese, e cioè anche per me.  Se il progetto è stato scritto, vagliato, soppesato, concertato e poi approvato, l’opera s’ha da fare, per quel che mi riguarda. E non può essere che un mattino si svegliano in dieci, o anche in diecimila, e decidono che no, non è vero, bisogna fermarsi, e giù a manifestare, fumogeni e tralicci, cretinetti e pecorelle, manganelli e auto in fiamme.

Lo ha detto bene Enzo Pinard il sindaco di Chiomonte: “Se ciascun cittadino può mettere in discussione ogni decisione pubblica salta il contratto sociale”. Già. Il fatto è che è già successo. E’ già successo che lo Stato facesse marcia indietro per paura delle contestazioni, autorizzando chiunque a svegliarsi il mattino e a scendere in strada con il cartello Nimby, non nel mio cortile. Ed è già successo pure che lo Stato facesse marcia indietro ammettendo di aver sbagliato, scusate, fortuna che ci avete fermati. E’ grave. E quel che è peggio è che non si vede via d’uscita. Diceva ancora il sindaco Pinard: “Io sono un sindaco e quando lo Stato mi dice che un’infrastruttura è utile non discuto i dettagli. Però chiedo di condividere il percorso, come ho fatto, dando un sì condizionato: se fai un’opera a casa mia le regole le scriviamo insieme. Se poi lo Stato non ha la forza di affrontare questo confronto democratico e alla fine si trova da solo a imporre un’opera con la forza non sono io a cambiare posizione, è lo Stato a non fare lo Stato”. Promuovetelo ministro, il Pinard.

Il fatto è che esiste, (dovrebbe esistere) un tramite, fra i cittadini e lo Stato. Quel tramite sono (dovrebbero essere) i partiti. In questa fase se ne sente la mancanza come dell’aria fra i fumogeni. Ma dove sono? La Lega sbanda a seconda che sia di lotta o di governo: fino al 2001 contestò il progetto, poi lo sposò fino al 2005, poi abbracciò le ragioni della protesta subito prima di abbandonarle di nuovo. Il Pdl potesse imbraccerebbe il manganello, non proprio simbolo di dialogo, è anche vero che non gode di grande ascolto nel popolo dei No Tav . Chi potrebbe mediare sono Sel, Pd e Idv. Ed eccoli: Sel usa strumentalmente la protesta, vorrai mica giocarti i voti di migliaia di inferociti, no? Il Pd ha l’imbarazzo di non sapere con chi stare (strano, eh?) e allora ha proposto un utilissimo dibattito in Parlamento. La più bella l’ha detta Antonio Di Pietro: “E se ragionassimo di non fare la Tav in Val di Susa, ma magari di farla a Genova, col Terzo Valico?”.  Detta dal ministro che al Terzo Valico tolse i fondi, fa un po’ ridere. Anzi, fa piangere più dei lacrimogeni

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