E accordo fu!

La real politik e la moral suasion obamiana hanno prevalso, ma non senza lasciare un conto estremamente salato da pagare, prima dal popolo greco e poi dall’Europa intera.

L’iniziale – e pressoché costante – distanza tra la Merkel e Tsipras è stata vissuta come uno scontro di civiltà tra il neoliberismo selvaggio da una parte e la dignità, la solidarietà, la speranza dall’altro.

Dopo il referendum, Tsipras si è sentito più forte e legittimato a tirare la corda nell’ambito del negoziato con i creditori, in quanto la vittoria dei no è stata netta. Il suo atteggiamento ha ulteriormente irrigidito il fronte estero, in primis quello tedesco. Il premier greco ha poi deciso, in contrasto con l’esito della consultazione popolare, di planare sulle conclusioni del cosiddetto piano Juncker, soggiacendo a condizioni, se possibile, peggiorative rispetto a quelle imposte nella sua prima stesura.

Quest’accordo, almeno nel breve, ha eliminato una grossa fonte di incertezza, facendo tirare un profondo sospiro di sollievo non solo ai mercati finanziari, ma anche a molti governi che si vedevano contagiati dal morbo greco.

Ma siamo consapevoli dell’entità delle misure draconiane che i Greci, poveri, dovranno sorbirsi?

E inoltre, ora che è apparentemente andato via il dente greco, siamo proprio sicuri che vada via anche ogni nostro dolore?

In questo mondo globalizzato, come il caso greco ha lapalissianamente evidenziato, è indispensabile che ogni paese che si affacci sui mercati finanziari, garantisca agli investitori credibilità politica e soprattutto la sostenibilità del proprio debito pubblico. In Grecia si sta discutendo da oltre due anni per fronteggiare uno stock di debito di 340 mld di euro, quindi non oso immaginare cosa potrebbe accadere se un paese come l’Italia, con un debito pubblico di 2194.5 mld di euro (quasi sette volte quello greco!), dovesse ritornare nell’occhio del ciclone come accadde appena qualche anno fa.

Nelle ultime settimane Il nostro governo ha monitorato con estrema fibrillazione l’andamento dello spread, che però grazie alla BCE e al suo bazooka monetario non ha superato i 150 punti base, a distanza siderale dal picco di 600 del 2011… Finito il QE, mi domando come potremmo difenderci dal contagio anche di una banale influenza,magari cinese o americana,  avendo dei parametri vitali deboli ed anemici. Ricordo che nel primo trimestre di quest’anno l’economia nazionale è cresciuta di un modesto e quasi impercettibile  0.3%, approfittando anche di una concomitanza di fattori macro esogeni unica e pressoché irripetibile.

Senza scomodare premi nobel, si può concludere che, rebus sic stantibus,  il nostro debito non è e non sarà sostenibile.

Cosa potremmo fare se poi anche gli speculatori che fiutano le difficoltà delle prede ferite, dovessero dedicarci le loro fameliche attenzioni?

Il tempo delle chiacchiere e degli inciuci di palazzo (ridicole le ultime intercettazioni) è finito da tempo, così come quello del tirare a campare sperando che le cose si aggiustino da sole.

Questo non è gufismo, ma sano e cinico realismo!

I barbari predatori del Nord Europa – rustica progenies semper villana fuit – potranno facilmente divorare quello che resta di buono nel nostro (fu) Bel Paese, mentre noi dovremo subire le loro amorevoli purghe senza manco batter ciglio.

Lo Stato deve assolutamente mettersi a dieta ferrea. Bisogna implementare una severa spending review, al pari di quella che il diligente padre di famiglia adotta da anni nella propria casa. Le famiglie italiane hanno in gran parte svuotato i loro salvadanai, mentre la farraginosa macchina dello stato ha continuato a bruciare e consumare risorse preziose, senza peraltro dare risultati tangibili ai contribuenti che ne pagano l’onere. Per inciso, la spesa pubblica ha raggiunto il record storico di oltre 840 mld di euro!

Che si trovino soluzioni tecniche per allineare gli stipendi, nonché il numero di militari, politici, magistrati, funzionari pubblici, burocrati e papaveri vari, ai migliori standard internazionali. A cosa serve avere enti inutili, CDA pletorici, società partecipate in perenne perdita di bilancio, carrozzoni vari, se non a fungere da parcheggio per i trombati della politica o per gli amici degli amici, che alimentino il vecchio, ma diabolico voto di scambio?

Investiamo su scuola, sanità e ricerca, senza farli soggiacere a scelte demagogiche inutili e/o dannose per il bene comune, che dovrebbe essere il minimo comune denominatore per tutti.

Torno quindi a te mio caro premier e, consapevole dei miei limiti, sommessamente ti rivolgo un accorato invito:  fai tue le parole di un padre della Patria quale Alcide De Gasperi, che riteneva che lo statista, a differenza del politico che guarda alle prossime elezioni, guarda alla prossima generazione.

Agisci da statista, gioca da bomber vero, solo così eviterai di passare alla storia solo come l’ennesima marionetta della politica italiana, che gattopardescamente cerca di tirare a campare, pensando solo a perpetuare il proprio potere!

 

 

 

 

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