Disegno, pittura, incisione e fotografia. Di questo è fatta l’arte di Andrea Boyer, intreccio perfetto di percorsi intrapresi nel corso della carriera iniziata come fotografo professionista per poi entrare a far parte della Compagnia del Disegno di Giovanni Testori. Lui, classe 1956, dopo diverse mostre personali e collettive di pittura, ospitate in spazi pubblici e privati anche all’estero, dopo essere approdato anche alla Biennale di Venezia nel 2011, ultimamente è tornato alla sua prima passione ed espone ora i suoi scatti alla Galleria RBContemporary di Foro Buonaparte 46. “La luce del tempo”, questo il titolo della personale, inaugura il 7 marzo e racconta della sua eterna ricerca di un tempo in sospensione, che è mentale, e che ottiene rileggendo la realtà, rielaborandola, affidandosi alla luce.

Che si tratti di giardini o paesaggi, di interni di abitazioni o di particolari di esse, nulla è ripreso utilizzando luci e flash da studio. “Nelle mie foto – spiega Boyer -  non c’è niente di artificiale, scatto al naturale anche le nicchie o dentro gli edifici. Testori aveva definito i miei soggetti “Madama ombra”: dalla luce escono le figure. Cerco la sintesi di tre maestri che più di tutti mi hanno ispirato: Caravaggio, con la sua luce di taglio con cui spesso si lavora in fotografia e nella scenografia; Vermeer, con la sua oggettività assoluta; Bacon e il suo ritratto diviso in tre, con la sua originalità nel modo di guardare le cose. In sintesi la luce, il concetto del vedere e un nuovo modo di vedere”.

Nelle sue immagini tutto è a fuoco, niente è in ombra. “Il mio è un modo diverso di dire le cose – prosegue. Sono un paranoico del particolare e dell’oggettività di ciò che fotografo, per questo devo vedere tutto. Anche il nostro occhio vede ogni dettaglio a fuoco ed esposto nella stessa maniera. Io riassumo nella fotografia quel micromovimento: l’occhio è l’obiettivo e il cervello è il sensore della macchina. Non è iperrealismo, semmai mi avvicino all’idea dei trompe l’oeil, le mie sono visioni, riporto il mio concetto di luce e tempo, che sono cose ferme”. Quando gli chiediamo come sceglie i soggetti, Boyer ironizza: “Del soggetto non mi interessa. Sono sempre stato la disperazione dei galleristi che vorrebbero soggetti da proporre e ripetere per cambiarli solo quando si esauriscono. Io non ho altri riferimenti che la luce e l’idea di fermare il tempo. Fotografo tutto, tranne bambini e persone, in genere non propongo ritratti, io stesso non li comprerei per me. Come Morandi o Ghirri, non ho bisogno di andare in Africa per trovare cosa dire. Mi basta trovare il mio bandolo della matassa. Dietro ogni mia opera c’è un pensiero profondo. Oggi non viene più insegnato a pensare. Non c’è concetto, ragionamento, nessuno vede più le immagini” Colpa del digitale? “No, io sono un utilizzatore della tecnologia digitale, non tornerei mai indietro. Ma mi spiace per le giovani leve, quelle che non sono passate dall’analogico. Feci parte del Circolo Filologico, dove si portava avanti un discorso comune, ma dove ognuno era diverso. Ora tutti si copiano, sono contenti se sono uguali gli uni agli altri, così hanno l’illusione di far parte del tutto, ed è una enorme omologazione senza fine”.

Aperta fino al 4 aprile. Info: tel. 02.875785.

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