Il mondo della fotografia italiana è fatto, anche, di stravaganze. Di tanto egocentrico parlarsi addosso. Di individualismi inutili. E di alcuni vecchi baroni un po’ snob arroccati nelle loro posizioni per paura che il cambiamento in atto li travolga spazzandoli via. Ma il cambiamento, come tutti i cambiamenti, se ne infischierà di loro. E’ stato così per il passaggio dall’analogico al digitale. E’ così ora che questa recessione ha scardinato tutte le certezze del mondo dell’editoria e, di conseguenza, della fotografia che sui giornali campava. Oggi ad esempio, ho fatto un post sulla mia bacheca di Facebook. Non l’ho pubblicato qui perché non avevo in quel momento il tempo di approfondire. Diceva così:

 

CON LA FOTOGRAFIA NON SI SCHERZA, LO SAPETE?
Sono dannatamente stufa di leggere interventi di gente autorevole, o considerata tale, che pontifica su argomenti di fotografia indottrinando il suo pubblico con errori madornali e vecchie visioni ancorate a un passato che, grazie al cielo, si è nel frattempo trasformato. Queste autorevoli persone hanno, avrebbero, una grande responsabilità culturale. Invece di scrivere fesserie antiquate, passassero un po’ di tempo a fare ricerca, leggere, informarsi sul panorama contemporaneo, tanto per dirne una…

 

Ho sollevato un po’ di polvere, e ne sono felice. La mia insofferenza viene dal fatto che in questo Paese si continua a dare spazio sempre ai soliti autori che, per carità, sono sacri e ci hanno insegnato tanto, però vorrei che si cominciasse a scommettere sui giovani talenti, andando a cercarli e promuovendoli anche se non fanno cassetta quando gli si organizza una mostra. Possiamo provare ad andare oltre Berengo Gardin e Basilico, Jodice o Scianna? Indiscutibile che loro siano tra i massimi esponenti della fotografia italiana. Guai a non conoscerli, a non aver mai visto una mostra di Ghirri, a non aver sfogliato un libro di Giacomelli assaporandone la sua triste poetica. Esistono però tanti bravi autori giovani che non vengono quasi ascoltati e quasi mai visti. Napoli ad esempio, è una fucina di fotoreporter talentuosi. Salvatore Esposito, Sergio Grispello, Gaetano Massa per citarne alcuni… O Pietro Masturzo, vincitore dell’edizione 2010 del World Press Photo Contest con un toccante reportage dall’Iran. Non ho ancora visto un museo, un’istituzione, credere in Masturzo e promuovergli una mostra seria e di valore. Cosa che sarebbe invece auspicabile.

Forse è ora che questa arte, per essere classificata come arte, si stacchi dal mercato e valorizzi di più l’aspetto culturale che dovrebbe connotarla. Dovremmo tornare a compiere un percorso quasi analogico del ragionare, fatto di pochi scatti e di tanto pensare alla cifra espressiva, alla visione, al sentire. Se non si riprende a offrire qualità, anche nei giornali o nelle gallerie, perché mai dovremmo stupirci se non ci sono più lettori o visitatori alle mostre? Per adattarci alle politiche azienali del risparmo, noi giornalisti abbiamo avallato la pessima abitudine di cercare gratis foto sul web. Brutte? Fa niente, basta che non incidano sul budget. La scatto-mania dilagante sui social e la quantità enorme di foto inutili immesse in rete, hanno fatto il resto. Invece le immagini sono importanti, vanno pensate e non prodotte in serie, sono notizie già da sole. All’estero ancora lo sanno. Per non parlare del fatto etico che andrebbe rispettato il lavoro degli autori evitando di rubar loro il lavoro di nascosto. Ma ce ne siamo scordati tutti. Ed è diventato sempre più complicato per i fotografi esprimere se stessi, rimanendo svincolati dal mercato e dalle necessità economiche. Ecco perché chi ha voce in capitolo (colleghi giornalisti, critici, curatori), occupando una posizione di favore, essendo ascoltato da chi alla fotografia si avvicina o ci ruota intorno, dovrebbe sentirsi la responsabilità di creare cultura, di offrire qualità, invece che chiacchiere. Invece molti rimangono ancorati a un passato dal quale dovremmo progredire, o perdono tempo ed energie a scagliarsi contro l’iPhoneography, o a disquisire sull’uso appropriato o meno di Photoshop. Ed è stravagante che a fare cultura non si pensi abbastanza.

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