Man Ray è un’icona della storia dell’arte del Novecento, la più riconoscibile insieme a Picasso, Caravaggio o Andy Warhol. Man Ray è il Surrealismo, il Simbolismo, il Dadaismo, è l’audacia che trova nella ricerca la sua massima espressione. Man Ray è un poster, è un occhio che piange lacrime cosmetiche, è una diva del cinema muto dai lunghi capelli spioventi, la testa riversa a  guardare il mondo da sotto in su. Come fece sempre chi in quell’istante eterno la inquadrava. Americano di nascita ed europeo di adozione, fu un pioniere spensierato, ma mai indifferente a fatti e mutazioni del suo tempo, e oggi torna in Italia con una retrospettiva di grande richiamo, nonostante la sede un po’ decentrata di Udine, che presenta trecento opere tra fotografie, oggetti, dipinti, disegni e film sperimentali. La mostra attraversa tutta la vita dell’artista, dagli esordi tra New York e Ridgefield nel New Jersey, passando per il suo arrivo a Parigi nel 1921, poi la fuga dal nazismo, gli anni di Hollywood e il ritorno in Francia negli ultimi decenni.

Intorno a Man Ray, da sempre, studi di ogni genere, oltre a un’industria fatta di mostre, cataloghi, aste milionarie, gadget commemorativi d’ogni sorta, articoli e fiumi di parole spese per spiegare l’insondabile della sua creatività. A volte si trattò perfino di speculazioni, di scandali che si moltiplicarono dopo la sua scomparsa con tra fugamenti di pezzi originali e diffusione di stampe non autorizzate o di dubbia autenticazione. Questa esposizione non è uno dei tanti tentativi di consacrazione, va oltre. A cura di Guido Comis e Antonio Giusa e con la collaborazione della Fondazione Marconi di Milano (splendido il catalogo edito da Skira), sonda il privato, il personaggio, la sua umanità, gli amori, le ossessioni che sviscerava attraverso la sua arte. Il suo celebre scatto “Le Violòn d’Ingrés”, la schiena della sua assistente e amante Kiki trasformata nella cassa di un violino, ha ispirato una serie innumerevole di disegni erotici in ogni epoca successiva, compresa una locandina di un film di Tinto Brass. E’ un bianco e nero datato 1924, il titolo riprende un modo di dire che nella Parigi di quei tempi si usava per definire un hobby ( il bricolaje è un mio Violon D’ingres). Man Ray ionizzava spesso sul fatto che la fotografia fosse per lui un passatempo, il che, poi, non è solo ironia ma sottile suggerimento anche all’universo femminile e al suo lato B.

Ritrattista di Max Ernst, JoanMirò, James Joyce, Marcel Duchamp e molti contemporanei, Man Ray è anche mistero. Pochi conoscono il vero nome di questo genio nato a Philadelphia nel 1890. Si chiamava Emmanuel Radnitzky, figlio di umili emigranti russi che non assecondavano la sua inclinazione artistica. Dipingeva in segreto, rubando tubetti di colore in un negozio. Attirato da musei e gallerie, finì in quella di Alfred Stieglitz, dove imparò a considerare arte anche la fotografia e, per mezzo di questa, a trasformarsi in una leggenda. Sperimentò ogni cosa, ogni linguaggio e mezzo, protagonista di un tempo di grandi fermenti che lui seppe interpretare in maniera prodigiosa. Morì il 18 novembre 1976. Venne sepolto nel cimitero di Montparnasse. Il suo epitaffio, voluto dalla moglie che ora riposa con lui, recita: “Incurante, ma non indifferente”.

Man Ray, Villa Manin Passariano di Codroipo (Udine), fino all’11 gennaio, catalogo Skira, www.villamanin.it

 

 

 

 

 

 

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