Ritratto Romano Cagnoni

 

Nell’era dei social network tutti lo salutano affacciati lì, in una condivisione continua di ricordi e tristezza che va avanti da ore. Amici e colleghi, dai loro profili Facebook, arrivano prima delle agenzie di stampa, per l’ultimo omaggio a Romano Cagnoni, una delle migliori firme del fotoreportage italiano. Ci ha lasciati oggi, dopo aver trascorso l’intera carriera in giro per il mondo a documentare guerre, rivoluzioni e popoli.

Raccontare la verità attraverso le storie degli uomini era la ragione che da sempre lo muoveva. Nato nel 1935 a Pietrasanta, scampò alla strage nazista di Sant’Anna di Stazzema ed emigrò poi in Inghilterra alla fine degli anni ‘50 del Novecento in cerca di fortuna. Proprio a Londra, nello studio di Simon Guttmann, pose le basi per la sua futura professione. Da lì, un decennio dopo, partirà per ritrovarsi in prima fila in tutti i più importanti conflitti internazionali alla fine degli anni ’60. Fu in Biafra durante la guerra civile nigeriana per un servizio che gli venne pubblicato su Life Magazine e gli fece vincere il “USA Overseas Press Award”. Poi in Vietnam, Cambogia, Israele, Irlanda del Nord, Argentina, Jugoslavia, Afghanistan…Nel 1978 Harold Evans, storico direttore del Sunday Times, lo incluse nel libro “Pictures on a Page” citato insieme a Henri Cartier-Bresson, Bill Brandt, Don McCullin ed Eugene Smith. La sua ultima incredibile impresa è stata fotografare i guerriglieri in Cecenia durante il conflitto con Mosca, in un improvvisato set fotografico realizzato in un negozio abbandonato nel centro di Grozny. E in Sudamerica realizzò un lungo réportage insieme allo scrittore Graham Greene. I lavori di Romano Cagnoni sono apparsi sulle più importanti riviste del mondo: dal Sunday Times a Life Magazine, da Paris Match a Stern, in Italia su Epoca e l’Espresso. Nel 1965 è stato il primo fotografo occidentale ammesso nel Vietnam del Nord, dove ha potuto fotografare Ho Chi Minh che acconsentì a farsi ritrarre perché riconobbe in Romano Cagnoni “un ottimista, e gli ottimisti sono buoni rivoluzionari”.

Sempre in bilico tra la ricerca della verità e l’approccio intellettuale all’immagine, sempre elegante e mai aggressivo, Cagnoni fece proprio il concetto di Fotografia Totale, la più alta espressione che quest’arte possa raggiungere. “La Fotografia Totale racconta la storia dell’uomo, il rapporto con se stesso, con il prossimo e la società in cui vive”, scrisse. Per colmare il vuoto che ha lasciato questo maestro nel mondo della fotografia italiana e internazionale, dovremo attendere che nascano e si formino altre menti come la sua, lucide, desiderose di continui approfondimenti sulle ricerche in ambito visivo, mai superficiali, sempre curiose e rispettose del lavoro altrui. Aveva cura anche dei colleghi meno esperti, a cui aveva sempre dedicato attenzione. Ora chissà a quanti nuovi réportage potrà dedicarsi da lassù…

 

 

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