Lunedì 24 marzo 2014 – San Romolo – Taurianova, Piana di Gioia Tauro

Ha voglia il Papa a dire che le chiese devono restare aperte anche di notte. Chi le dovrebbe sorvegliare? Non certo i parroci, considerate le pagine di cronaca che ce li raccontano impegnati a chiacchierare in chat, e a mostrarsi spesso, non solo senza tonaca, ma privi di ben più intimo indumento.

Inutile la crociata che si leverà per difenderli: lo sappiamo tutti che ci sono santi parroci che svolgono la loro missione con saggezza. Io stesso, credente ma non “parrocchiano”, difendo la Fede e anche l’istituzione religiosa. Ma da lì a difendere gli uomini, ce ne corre. Ne ho incontrati troppi, di farabutti in tonaca, per non doverli guardare con sospetto o, almeno, con distacco.

Ho varcato spesso i cancelli del Vaticano, senza nemmeno scendere dall’auto. Senza lasciare documenti. Andavo  a trovare il mio padre spirituale. Un sant’uomo, oggi vescovo. Ho seduto alla sua tavola, godendo della parca cena. Strano? No, se il prete è vero uomo di dio.

Ma, con lui, ho incontrato anche tanto vaticano arcobaleno. “Pretesse” porche e sfrontate. Dalle mani lunghe e dagli occhi ad arpione. Grondanti cascate di bava lussuriosa incontrollabile e volutamente incontrollata.

Quel nunzio apostolico, per esempio, di origini meridionali che mi ha invitato per tutta la sera ad andarlo a trovare alla nunziatura di quella meravigliosa città che amo da sempre, ma non visito mai. L’ho chiamato Nunzia dall’antipasto al dolce preparati dalle sante mani delle monache serve. E complici (Venivano, poggiavano vassoi sulla tavola, ascoltavano come spie di guerra, ridacchiavano e andavano. Le zozzone). Lui rideva più di loro, si beava del Nunzia e, indefesso, ci provava come un ragazzino alla prima volta. Senza riuscirci. Almeno con me. Ma qualche disgraziato se lo assicurò, ne sono sicuro, fra il personale, ben abituato a farsi benedire dal clerazzo sporcaccione.

E non parlo dei preti già raccontati nel mio Diario di una vecchia checca: voragini ingorde di goloso piacere, pronte ad inghiottire chiunque e qualsiasi cosa potesse calmarne i bollenti spiriti.

Vorrei, invece, spezzare un po’ di lance sulle schiene dei preti del sud. E, in particolar modo, di quell’esercito di comodi impiegati dell’ostia che hanno scelto la vita sacerdotale, probabilmente, per furbizia e comodità. Froci non repressi e puttanieri, avidi di soldi e giocatori di slot. Chattaroli impavidi e arroganti, tanto da frequentarle usando come nickname il proprio nome e cognome, preceduti dal Don. Giusto perché si sappia di che sesso si tratterà: il più laido. Quello che offende gli uomini e dio.

E’ di due giorni fa la scoperta del pretino della locride che, appunto, si offriva senza veli protettivi. Coraggioso, senz’altro. Ma, forse, anche disperato. A lui, che spero si faccia curare, vorrei dire che scopare non è peccato. Ma farlo come se fosse una perversione, è, sì, un grave peccato. Perché lo si sporca, vestendolo di una camicia di bava che non merita.

Il sesso, di per sé, è una gioia. Da condividere con la persona amata o con un complice libero e consenziente.

Ma un prete ha scelto di amare l’altare. E sull’altare non c’è posto per le perversioni.

Dovrebbero liberarli dalla catena del voto o della promessa di castità. Li aiuterebbero molto. Come già detto, in altre occasioni, impedirebbero loro di dover mentire e velarsi. Ma, per il momento, la soluzione del problema sembra lontana.

Se penso alle decine di preti omosessuali che conosco, già solo nel circondario, e che, pur praticando la sessualità più spinta, non lo confesseranno mai (nonostante tutti i loro parrocchiani sappiano e parlino), temo, infatti,  che bisognerà aspettare una nuova generazione di sacerdoti, adeguatamente selezionati, magari personalmente da Papa Francesco, prima di rimettere le cose a posto fra le nicchie dei santi.

Per il momento accontentiamoci di queste povere tonache sfrante, che, di tanto in tanto, si inventano un pellegrinaggio per poter condividere la stanza col collaboratore più stretto ed intimo.

O che, dopo aver salutato l’ultimo fedele, serrano la porta della chiesa, contano i soldi delle offerte “a spinta” (da queste parti, un matrimonio può costare fino  a 500 euro, un funerale anche 250, una prima comunione e cresima circa 150 più “busta” del padrino, una messa in suffragio 10/15 euro), corrono a cenare al ristò o in pizzeria, poi, se proprio proprio gli è andata buca, corrono ad accendere skype o la prima chat disponibile. E così sia.

Fra me e me. Che almeno lo dico!

 

 

 

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