Venerdì 4 aprile 2014 – Sant’Isidoro v. – Pegàra di Taurianova, Piana di Gioia Tauro

Li ho cercati. Li ho trovati. Pensavo di non farcela, invece sto con loro. Tutti i giorni.

Sono i neri di Calabria. E non sono dei vini. Sono Esseri umani. Ma lo hanno dimenticato da tempo. Da quando sono stati costretti a scappare dai loro Paesi e hanno cominciato il lungo viaggio che li ha portati fin qui. Fino a sotto gli ulivi e gli aranci della mia Terra.

Sono ragazzi del Mali, come Lasi, Bubba. Della Guinea, come Moussa. Della Costa d’Avorio, come Mamadou…

Oggi, a stagione agrumaria finita, sono sessanta, in due casali abbandonati, con il cellofan per tetto, vecchi materassi per giaciglio, abiti lisi addosso e pentole sgangherate per cucinare. Non hanno un bagno: la fanno nelle campagne e la coprono con la pala. Non hanno docce: si lavano riscaldando l’acqua in vecchie marmitte e versandosela addosso con piccoli bollilatte senza manico. Non hanno acqua corrente, ma vanno a prendersela con le taniche al pozzo poco distante dalle baracche occupate. Lavorano e condividono tutto: il cibo, i vestiti, le scarpe, i passatempi…

Perché vengono qui? Per sperare! In una vita leggermente migliore di quella drammatica a cui sono destinati nei loro villaggi. Nei loro Paesi d’origine, devastati da guerre, carestie, povertà, abbandoni. Mentre questo orrore in terra di Calabria a loro sembra una specie di anticamera del paradiso. A me, detto in tutta onestà, da l’impressione di essere il cuore dell’inferno. Anche se…

Sta accadendo un miracolo. Un terremoto della Coscienza. E’ bastato chiedere, mostrare, accompagnare, e la mia Gente ha risposto.

Sono arrivati il cibo, i vestiti, le scarpe, gli arredi, gli attrezzi, gli strumenti musicali, i palloni, le stoviglie, il vasellame, la sabbia per coprire il fango, i cellulari, le pacche sulle spalle, il caffè condiviso, gli abbracci, gli sguardi…

La commozione e la compassione. La condivisione e la solidarietà. Tutto insieme, come un’esplosione o un’eruzione. Come accade da queste parti.

Covava sotto la cenere della routine. E si è incendiato al primo segnale di bisogno, il senso di fratellanza.

Stiamo lavorando con e per loro. Glielo dobbiamo. Perché loro lavorano per l’Italia accettando paghe da miseria. E, a volte, non percependo nemmeno il salario. Già! Qualcuno di loro, dopo aver sgobbato per dodici ore fra gli aranci, si è visto puntare la pistola sulla stella della fronte “Se rompi i coglioni, ti sparo”

E loro non li rompono, i coglioni. Non appartengono a quella razza lì. Sono pacifici. Eccome! Io, al posto loro, non lo sarei. E, dunque, urlo io per loro.

E’ vero: tante volte scrivo che bisogna bloccare gli sbarchi. E lo confermo. Bisogna regolamentare i flussi migratori. Arriva tanta feccia. Da ovunque. Molta dai territori dell’UE. E, se bloccassimo i barconi imbottiti di clandestini, potremmo garantire a coloro che entrerebbero in maniera legale, un trattamento civile. Rispettoso del loro ruolo nella piramide sociale.

Se, invece, continuerà questo sconcio, sarà difficile anche solo viversi a fianco. Perché anche noi siamo diventati bianchi negri. Poveri e senza futuro. Ma…

Ora ci sono. Ed è dovere nostro conoscerli. Per poter individuare chi far restare e chi accompagnare all’uscita. Ne andranno via ben pochi, almeno dei miei amici. Li conosco uno ad uno. Tranne tre quattro timidi, gli altri sono una ricchezza. E ringrazio Dio per avermi accompagnato su questa strada.

Scusate, vi lascio e corro da loro. Abbiamo appena finito di raccogliere spazzatura abbandonata dai precedenti occupanti

Io spero con loro. O, con loro, muoio.

Fra me e me. Per coscienza.

 

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