Lunedì 15 dicembre 2014 – San Valeriano – Redazione SUD, Area industriale Porto di Gioia Tauro

 (riprese di SUD nella Chiesa di Santa Maria di Grecìa a Gallicianò – Papas Ilias)

Era l’alba del 13 dicembre, solo due giorni fa. Da sempre, il giorno dedicato a Santa Lucia corrisponde alla mia liberazione dall’angoscia dell’autunno. Mi piace credere, infatti, che da quella data in poi le giornate tornino ad allungarsi. Anche di un solo secondo, ma mi basta. Certo, lo so che, in realtà, questo accade qualche giorno più tardi, in occasione del solstizio d’inverno, nella stessa giornata che, anticamente, era dedicata alla vergine siracusana, ma, si sa, spesso il cuore ha la meglio sulla mente. Resto devoto, dunque, doppiamente alla Santa. Prima, come battezzato cristiano cattolico verso la Martire, poi, per antichi richiami come fedele cristiano ortodosso, considerata la mia radice greca.

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E proprio alla scoperta di quell’antica radice sono partito quarantotto ore fa da casa, in compagnia delle telecamere di SUD. La strada fino a Condofuri è ottima: l’autostrada Salerno Reggio Calabria (tanto bistrattata, neanche fosse la Firenze Bologna o la Torino Savona, o la Piacenza Genova o la Genova Ventimiglia) è in perfette condizioni. E così anche la parte di 106 da Reggio fino a Condofuri. Poi, la salita verso il cuore dell’Aspromonte. Verso Gallicianò, la mèta tanto agognata.

 (verso Gallicianò)

Il Paradiso non ce le ha, queste vallate e queste cime addolcite dai profumi di nepitella e bergamotto. Mamma mia, che ubriacatura di aria netta, senso di libertà, passione e sensualità. Tutto ha un colore, un odore, un corpo differente. I fianchi delle montagne sembrano quasi muoversi, ondeggiare come femmine in cammino. I fiumi, dal letto di pietra, scorrono con timido impeto sottoterra. Il mare manda segnali di pace e il cielo avvolge il viaggio.

Una serpe attraversa la stretta stradina che segna il cammino. Quasi un pellegrinaggio verso la Terra dei Padri Greci.

Alle porte di Gallicianò, il calvarietto e la porta del Camposanto. Abbasso il vetro del finestrino per prendere una boccata d’aria e vengo investito da un canto triste. Il lamento di donna alla tomba di un caro. Qui ancora lo fanno. Quella nenia straziante ci accompagnerà per parecchie ore. Senza sosta. Anche mentre le note della veddhaneddha si intrufoleranno tra cielo e terra, e nelle viscere, fino a farci ballare.

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Lasciamo le auto rigorosamente fuori dal paese. Per rispetto alle antiche pietre. E ci incamminiamo per le vie con le scritte in greco. Prima sosta, alla Chiesa di San Giovanni. Al centro dell’abside, sull’altare, una nicchia con una statua marmorea cinquecentesca del Battista. Un capolavoro quasi certamente del Bottone.

(San Giovanni, a Gallicianò)

E’ lì. Quasi appoggiato dopo una giornata di lavoro nei campi. Senza arroganze museali. Pronto per l’omaggio dei fedeli. Pochi, ma buoni. Ci accompagna un’anziana signora vestita a nero: il marito è morto in un incidente automobilistico “laggiù”, verso Melito, dove le strade dovrebbero essere più sicure delle mulattiere. E, invece…

Lei vive con la figlia, e, insieme, si occupano dell’unico minuscolo bar del paese. Vicino all’insegna, anche quella del telefono pubblico… Come una volta, direi.

 

Le galline e i galli razzolano per le strette vie del paese.  Incontro, sotto la buca delle lettere delle Regie Poste, una coppia di coniugi pennuti: lui, un gallo dalla cresta maschia e baldanzosa, la moglie lo segue docile e rispettosa…

Li seguo entrambi anche io, curioso. Mi portano dove c’è gente. Quasi ciceroni di una semplicità che qui è regola.

Circondato dalla mia troupe, dall’amico Sebastiano Nucera, in rappresentanza del Comune e che, peraltro, mi ha accolto con ben tre boccettine di estratto di bergamotto (quello vero!), oltre che da Pasquale Faenza, amico e studioso della Storia della Calabria e, soprattutto, della Calavrìa greca, mi ritrovo sulla soglia della Chiesa ortodossa di Santa Maria di Grecìa. Un tempio di pietra e devozione che mi fa rabbrividire per la tenace bellezza.

(Madre Stefania)

 

Profumo di incenso al garofano e di pane benedetto. Trafitto dagli sguardi di tanti fratelli di lingua grecanica (l’antico greco innestato alla lingua calabra), divento piccolo piccolo e mi abbandono alla devozione.

Ah, Santo Aspromonte, tanto denigrato! Se Ti conoscessero, i Tuoi detrattori. Se solo schiodassero quei culi pesanti come macigni dalle loro sediazze usurpate chissà a che prezzo. Se venissero a visitarTi con rispetto e umiltà. Potrebbero, finalmente, capire il perché  di tanta Tua timida arroganza. Se capissero le parole di quella nenia funebre. Se sentissero questo odore di ginestra filata e colorata con lo zafferano e i fiori di montagna. Se vestissero questa lana dura e calda dei Tuoi pastori. E se se ne fottessero del campo del cellulare e di internet, almeno per un giorno, un mese, un anno. Ah, quanta grazia di D*o potrebbero ricevere nel petto e nelle viscere. E quanta liberazione per la mente.

(Per le strade di Gallicianò)

Ringrazio il Cielo per avermici mandato, in queste vallate. Fra queste cime. E misuro il tempo in giorni sulle dita di una mano, per tornare. Gustare quei dolci semplici, fatti di farina acqua e miele. E quel formaggio sul pane di grano. Bere, perché no?, ancora un bicchiere di rosso. Di quello che “lo senti dopo” e ti viene da ridere… E rivedere loro, le mamme forti come monumenti, i figli orgoglio di questa terra, i santi senza sete e velluti, e le capre che, imperterrite, rifiutano il cibo comodo e saltano da un dirupo all’altro, pronte a rischiare per un filo d’erba.

 

 

Fra me e me. Perché la povertà è nei cuori, non certamente nei poveri panni.

 

 

 

 

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