Domenica, 4 novembre 2018 – Festa delle Forze Armate, Ricorrenza della Vittoria – da Casa Spirlì, a Taurianova

Nonno Nino Spirlì(Antonino Spirlì, Cavaliere di Vittorio Veneto, Croce di Guerra e Medaglia d’oro)

Caro Nonno Nino,

Vi scrivo oggi le parole che non Vi dissi in quegli anni in cui abbiamo vissuto insieme in queste stanze. Ero troppo piccolo per poter capire l’importanza di condividere la camera con un Eroe! Per me, eravate “solo” il Nonno. Un meraviglioso Nonno, un po’ burbero, molto dolce e affettuoso, disponibile e amoroso. Un Nonno dell’Ottocento, che pativa la vedovanza, ma la sublimava con l’Amore vero nei confronti della Famiglia.

Vi davo, rispettosamente, del “Voi”, ma che era, in effetti, più soave di un “Tu” che, oggi come ieri, molto spesso, sa di cafonaggine e maleducazione. Sapeste, Caro Nonno, come vengono trattati, in questo tempo maledetto, le persone anziane! Sareste infelice, caro Fattore (così Vi chiamavano i tanti braccianti che aiutavate a portare il salario sicuro a casa, facendoli lavorare sulle terre che “governavate”), di sapere che la maggior parte dei “vecchi”, oggi, muoiono in ospizi poco raccomandabili,  o “curati” solo da badanti estranei alla famiglia, pagati per riempire vuoti lasciati da figli troppo impegnati a sputtanarsi i soldi lontani da casa e da nipoti che manco sanno il giorno del compleanno dei nonni.

Ah, Nonno mio, quanto dolore provereste, nel vedere l’Italia – per la quale avevate ipotecato la Vostra gioventù – consegnata ad una ciurmaglia senza valori e senza dignità. Quelli come noi, come Voi e me, in questo momento storico, non piacciono. Non piace la gente semplice, amante della Famiglia, di Dio, della Patria. Non piacciamo perché siamo il Meglio! E il Meglio fa paura. Fa più notizia il contrabbando di false bontà, l’intellettualismo, l’ipocrisia, il tornaconto personale, la malapolitica e la mafia. Sì, quella robaccia che avete sempre schifato, capace come eravate, di mandare a fare in culo il più arrogante ras di palazzo o di boscaglia.

“Cu’ cazzu ti pari ca esti?” (Chi cazzo credi che sia?) mi ripetevate a mo di ritornello, ogni volta che io, bambino, rispondevo ad una telefonata o ad uno squillo di campanello di qualcuno che chiedeva di mio Padre… Riportavate ad una realtà disarmante ogni pretesa di collocazione personale sulla scala sociale. Avvocati, ingegneri, magistrati, professori… Per ognuno di loro, un antenato che sapeva di terra e di sudore nei campi. “No megghjiu, no pejiu!”, dicevate. Già, niente di più, niente di meno di noi… Lo ricordo e lo tengo in me come lezione di vita.

Della guerra, di quella Guerra, non parlavate mai. Non  amavate ricordarla. Avevate 18 anni, alla partenza. Quasi ventuno, al rientro. Avevate conosciuto la morte. E mandata a fare in culo!

Mi avete accompagnato fino ai miei 13 anni. Con tanti regali e tante attenzioni. Con la paghetta mensile. Già! Io, il mensile, lo avevo già negli anni 60. E, nel 1971, per i miei 10 anni e la promozione agli esami di quinta con tutti Dieci, il motorino! Da usare con parsimonia e senza tirarmela coi miei amichetti. Anzi, mettendolo a disposizione di chi ne avesse avuto bisogno.

Mi avete insegnato la fratellanza. Quella da trincea. Senza nominarla mai, la trincea. Per timidezza e riservatezza.

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Non mi avete mai spaventato coi racconti di guerra. Né li avete usati per darVi un tono. E, quando arrivò, il riconoscimento, la Croce di Guerra e la Medaglia d’Oro, pur orgoglioso, ne avete ridimensionato il valore. “Eramu assai, pari ca sulu iò?!” (Eravamo in tanti: non c’ero solo io…)

Stamattina, come ogni mattina, appena sveglio, ho guardato la Vostra foto sul tavolino delle foto di Tutti Voi che siete oltre il velo: oggi, a cento anni dalla Vittoria, sono stato ancora più Orgoglioso di essere vostro nipote e di portare il Vostro Nome! Nino. Non è cosa da poco.

Grazie, Nonno. Mio Eroe personale.

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