Anche Dario Franceschini ha fatto il suo giuramento, come quelli di Pontida, però a Ferrara, la sua città. E ha subito innalzato gli emblemi del suo pantheon: la Costituzione e l’antifascismo.  Poi ha indicato il nemico, quello di sempre: Silvio Berlusconi, sempre e solo lui. “Vizietto” che non muore mai, a sinistra come fra i cattolici democratici. Niente di nuovo, si dirà, il vice di Veltroni eletto con una maggioranza bulgara all’improvvisato congresso del Pd a Roma (ho fatto avere un pò di voti a Parisi, altrimenti sai che figura…”, avrebbe detto) da perfetto democristiano di scuola zaccagninana rinnova nella continuità anti berlusconiana.

A Ferrara sembrava uno Scalfaro giovane, ma di “giovane” Dario ha poco: anche lui è un democristiano di lungo corso che ha sempre masticato pane e politica nella dc di sinistra.  E si fa grande all’ombra del salvifico nemico Silvio. Antonio Polito, direttore del “Riformista” sostiene infatti che “è fermo agli anni Settanta”. Già, è questo il “vizietto” di Dario che lo porta a parlare più alla nomenklatura che alla gente anche perché deve rimettere insieme i cocci del Pd, o meglio le sue anime divise quasi su tutto: ex Ds ed ex Margherita, ulivisti delusi, binettiani teodem e radicali, veltroniani in cerca di rivincite, dalemiani sempre più aggressivi con Rutelli perso alla ricerca della “terza via”. Dialettica interna si dice, su temi come la bioetica o la sicurezza, ad esempio.

Impresa difficile a ridosso di elezioni europee ed amministrative. Poi c’è la questione delle alleanze: la sirena dellUdc da un lato, il rapporto con Di Pietro (l’unico ad aver gradito davvero l’elezione di Franceschini). Quello che il Time ha definito (chissà perché poi?) “l’Obama italiano”, quel Matteo Renzi presidente della Provincia di Firenze, volto nuovo della Margherita, che ha sbancato alle primarie del Pd a Firenze, è stato impietoso e l’ha definito “vicedisastro”. Riuscirà dunque il “vicedisastro” a risollevare le sorti del “superdisastro” chiamato Pd? E basterà il collante ormai vecchio ed elettoralmente perdente dell’antiberlusconismo di maniera? I primi sondaggi dicono di no. Staremo a vedere se davvero sarà l’ex dc a tracciare la rotta del Titanic piddino. Intanto D’Alema si è detto pronto a collaborare (“organizziamo il partito, torniamo a parlare alla gente, occupiamoci dei problemi reali del Paese, lavoriamo alle riforme condivise…”) e anche Cofferati si è fatto avanti… “Se Dario mi chiama”) soccorso rosso anti veltroniano in movimento e sicuramente non disinteressato, pensando al dopo elezioni. Quando si faranno i giochi veri. Difficile che gli ex ds vogliano davvero morire democristiani. Facile pensare che se Dario non si libererà del “vizietto”  farà poca strada. E intanto non resta che tentare di rispolverare l’Unione e magari il sepolcro imbiancato del silente Prodi… COSA NE PENSATE?

Ma D’Alema cosa sta tramando? di Peppino Caldarola
Non basterà il “ragazzo alibi” a fermare la scissione nel Pd
/di Paolo Guzzanti
Povero Pd non gli resta che Pecoraro Scanio/di Massimo de’ Manzoni