Archiviato il “No B Day” antiberlusconiano, si può ragionare sulla vera posta in gioco al centro della manifestazione “viola” (colore infausto) che ha visto in prima fila Antonio Di Pietro e pezzi importanti del Partito democratico con il presidente del partito, Rosi Bindi in piazza assieme a Dario Franceschini. Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani non ha voluto saperne di coinvolgere il Pd nella piazzata ad personam contro il presidente del Consiglio e il fatto che sia subito diventato il bersaglio dell’Idv, degli sconfitti alla segretaria piddina, della sinistra giustizialista, di quella non rappresentata in Parlamento, dei girotondini in qualche modo resuscitati (c’era anche il buon Moretti), la dice lunga sullo scontro in atto nel sinistra-centro. 

Il leader dell’Alleanza per l’Italia, Francesco Rutelli, sostiene che a dettare l’agenda della politica del Pd è Antonio Di Pietro, motivo non ultimo della sua fuoriuscita dal partito e di quella di altri esponenti dell’ala cattolico-moderata. Il “No B Day”, per come è stato declinato politicamente, conferma questa tesi, con Il Pd che in questo momento è stretto nell’abbraccio dell’Idv, alleato concorrente-scomodissimo, che potrebbe rivelarsi mortale. Ma c’è un’altra considerazione da fare: il “No B Day” è stato l’occasione giusta per chi è stato sconfitto da Bersani e D’Alema, per mostrare i muscoli. Basta pensare al rientro in gioco di Walter Veltroni che lo ha pubblicamente attaccato: “E’ sbagliato mostrarsi diffidenti…” verso quella piazza che invece Giorgio Merlo del Pd non ha esitato a definire urlante e forcaiola. L’occasione era ghiotta, ma Bersani non ha abboccato e il “trappolone” non è scattato. Buon per lui.

Doppio scontro, insomma, dietro a quella piazza nata su internet ma in realtà “occupata” da Tonino. Scontro tra riformismo moderato e neo-massimalismo “arrabbiato”. Così la plaetea di chi vuol dettare l’agenda al Pd si allarga ad “avversari” interni ed esterni. A questi ultimi va anche aggiunto il direttore di Repubblica Ezio Mauro, sceso in campo direttamente contro Bersani, a ribadire il ruolo della testata debenedettiana anch’essa impegnata a dettare l’agenda del Pd.  Tutti hanno capito che Bersani non è contiguo (politicamente e culturalmente) a quella piazza che ricorda, per usare una definizione mai morta, la sinistra trotzkista, e quindi era importante delegittimare subito la leadership piddina ancora oggettivamente debole, ma decisa a cambiare toni e caratura del “modo” di fare opposizione, con l’occhio attento agli elettori centristi e ai ceti produttivi e moderati senza i quali le elezioni non si vincono (del resto per due volte è sceso in campo Romano Prodi).

 Il Paese non cerca avventure, ma chiede certezze e stabilità, riforme e sviluppo. Difficile pensare a uno scontro elettorale diretto fra Berlusconi e Di Pietro… Anche chi ha portato alla manifestazione il cartello con scritto “meno male che Fini c’è”, non ha fatto altro che confermare quanto sia dura la lotta (e la confusione) nell’opposizione che bisogni di invocare “addirittura” un Fini…  E’ qualcosa che va al di là della tradizionale dialettica interna e degli scontri fra leader. La lotta, più che contro il Cav è per “occupare” la trincea dell’opposizione. Lo scontro è solo all’inizio. Vedremo se Bersani – che di sicuro non vuol fare la fine, in senso politico, di Trotzskij, sarà l’ennesimo “perdente di successo” o se la politica italiana ritroverà quell’equilibrio che è la condizione sine qua non fare le grandi riforme che servono al Paese.