Il 2009 si è chiuso con le invettive e gli insulti di Antonio Di Pietro contro Silvio Berlusconi e il 2010 si è aperto con l’attacco di Antonio Di Pietro al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, “reo” di aver detto qualcosa di sensato sulle riforme condivise necessarie al Paese. Non solo, anche De Magistris (ex pm comeTonino) si è cimentato nel tiro al Cavaliere, invitato ad auto-esiliarsi nelle caraibiche isole Cayman  (con ovvia smentita-non smentita del giorno dopo). Il partito dell’odio e dei giustizialisti in servizio permanente effettivo (contro una sola parte ovviamente, che non è la loro) è salito nuovamente sul pulpito dei “Savonarola de noantri”, sparando ad alzo zero sul solito bersaglio (operazione che ormai appare stucchevole e con le poleveri bagnate, visti i sondaggi in salita per Berlusconi e per il governo). Ma a loro non importa niente.

Come ho già scritto, il bersaglio non è tanto il Cav quanto Bersani, il segretario del Pd (e D’Alema) e il presunto bottino elettorale che Di Pietro e De Magistris tentano di conquistare (per poi regolare i conti fra loro due, sia chiaro). La domanda è: ci riusciranno? A pelle risponderei: no. Ma un risultato intanto l’hanno ottenuto: paralizzare il Pd saldando la loro offensiva con quella delle quinte colonne nel Pd, i grandi sconfitti di successo prima alle urne e poi nel partito: Veltroni e Franceschini. Usciti subito allo scoperto (con la Bindi) per giocare l’unica partita che sanno giocare: la guerra al vincitore (Bersani in questo caso).

Così il Pd “riformista” e dialogante, attento alle parole e ai richiami di Giorgio Napolitano, si trova a dover combattere su due fronti: quello esterno (Di  Pietro e De Magistris)  e quello interno (Veltroni e Franceschini) . Il partito dell’odio assedia Bersani evuole la sua capitolazione senza condizioni. Tutto qui (e non è poco). Impensabile, per i giustizialisti della nuova destra e per i finto buonisti ex comunisti, i catto-comunisti (mai diventati ex) e gli ex della sinistra Dc che in questo paese si possa solo pensare a un accorso tra centrodestra e centrosinistra sulle riforme… Non s’ hanno da fare, guai a dialogare con l’odiato Berlusconi. Nemmeno se il dialogo è nell’interesse dell’Italia e degli italiani. Piuttosto muoia Sansone con tutti filistei… E se anche Fini dà un aiutino… Tutto serve, in nome del cinismo politico, partitico e personale.

E’ da questo che parte la difficile e rischiosa sfida di Bersani: tenere insieme la forza elettorale del Pd, nonostante Di Pietro-De Magistris e la corrente giustizialista del Pd (Veltroni-Franceschini-Bindi). Quanto costerebbe una rottura con loro, in termini elettorali? E’ su questo punto che si parrà la nobilitate e la statura politica di Bersani (e di chi l’appoggia): serve una scelta coraggiosa, da statista. Scelta di difficile ma che è l’unica per riscostruire un’opposizione legittimata a governare senza bisogno di demonizzazioni di Berlusconi e senza far ricorso a toni che ricordano una guerra civile (per ora) fatta di di slogan ad usum degli odiatori.  Riusciranno i  moderati del centrosinistra nell’impresa? E soprattutto avranno forza e volontà per combattere questa battaglia?