Ormai non si capisce più chi siano i rottamatori, nel Pd. All’inizio c’era “il Renzi”, come direbbero in Toscana parlando del sindaco di Firenze (che nel frattempo è passato dalla stroncatura politica della nomenklatura piddina a quella sindacale…). Poi è spuntato Walter Veltroni, pronto a mettere con spirito giovanilistico il cappello sui rottamatori (con il Renzi che “umilmente” si mette a disposizione forse perché anche lui ha bisogno di un leader), rompendo la tregua pre-elettorale che sembrava essersi instaurata nel Pd e ha caricato a testa bassa il segretario Pierluigi Bersani nell’intervista rilasciata al “Foglio” dell’elefantino Giuliano Ferrara.

Veltroni – abbandonata da tempo l’idea dell’annunciata fuga in Africa –  chiede in poche parole di rivedere la linea del partito subito dopo le elezioni (ai tempi della Dc si sarebbe detto “verifica”) chiedendo che il partito “si rivolga a un elettorato che vada ben al di là del bacino di voti che un tempo raccoglievano Margherita e Ds”.  A due settimane dal voto amministrativo, il buon Walter ha offerto un bel caffè avvelenato a Bersani e ai suoi.

Ma tant’è. Nulla di nuovo sotto il cielo dei Democratici. A dimostrazione che lo scontro continua e rimerge come un fiume carsico sconquassando il partito e la sua base – che non ha gradito affatto l’uscita “a freddo” del perdente di successo.

Si dirà che se Atene piange Sparta non ride, alla luce del braccio di ferro tra Pdl e Lega sulla questione libica e sull’economia. Ma fa effetto assistere all’ennesimo scontro sulla linea e alla delegittimazione di fatto di Bersani da parte dell’ex segretario del Pd nel momento in cui l’opposizione si candida come autorevole forza di governo. Un ruolo che proprio l’uscita di Veltroni certifica non essere possibile. Se Bersani, la Bindi e gli altri ripetono all’unisono di essere pronti alle elezioni anticipate da subito… Veltroni li smentisce. Essere pronti a sfidare Berlusconi richiede infatti saldezza di leadership, programma condiviso colonelli e truppe schierati e decisi a combattere insieme e con convinzione la madre di tutte le battaglie. Ma così non è. Altro che grande “forza centrale” in grado di conquistare voti nell’area moderata. Non siamo nemmeno alla Bad Godesberg socialdemocratica. La Balena rosso-bianca nuota ancora in acque agitatissime e serve ben altro in tempi così difficili per convincere gli italiani a cambiare cavallo. “Mi chiedo come si faccia a non capire che sognare di ripetere in qualsiasi forma la disastrosa esperienza dell’Unione sia come darsi una martellata in mezzo alle gambe, come ammettere che la formula politica per andare al governo sia ben più importante della stessa stabilità futura di quel governo”, ha detto Veltroni.

Insomma, “avevo ragione io” ha spiegato Veltroni, altro che Unione… “Credo ancora che la vecchia idea di rivolgerci a un elettorato che vada ben al di là del bacino di voti che un tempo raccoglievano Margherita e Ds sia davvero l’unica rotta sulla quale valga la pena di far viaggiare il barcone democratico”. Peccato che questa idea non abbia retto alla prova dei fatti elettorale. Con l’incognita ancora aperta delle alleanze, di chi sta per far entrate chi…

Disuniti alla meta, viene da dire, perché per ora tra scontri continui, fughe di parlamentari soprattutto di area cattolica, maldipancia tra moderati e riformisti sembra proprio che al Pd serva davvero un papa straniero. Forse sarebbe l’unico a poter fare davvero il rottamatore.  Ma non sarà così, forse certificherà un altro fenomeno: l’autorottamazione del Pd, partito in cerca di un leader che non c’è.