La manovra anti-crisi lacrime e sangue che graverà in gran parte sul ceto medio, prova a colpire anche i costi crescenti della politica che provocano l’indignazione e la protesta dell’opinione pubblica. Il governo ha deciso: via le Province sotto i 300mila abitanti, fra 29 e 35. L’operazione scure scatterà dopo il censimento nazionale di ottobre (gli ultimi dati sulla popolazione risalgono al 2001) e dopo le elezioni amministrative. La scure colpirà anche i Comuni sotto i mille abitanti che sarebbero gestiti solo dal sindaco-assessore, con accorpamenti per quelli sotto i 5mila. Previsti tagli alle poltrone degli amministratori di Regioni,  Province e Comuni: in tutto si calcolano 54mila posti in meno.

Non solo. Tra 2012 e 2013 dovrebbero essere recuperati 8,5 miliardi grazie ai tagli ai ministeri mentre altri 9,5 dovrebbero arrivare dai tagli ai trasferimenti a regioni ed enti locali (cosa che ha già provocato la sollevazione degli interessati). Stop anche ai doppi incarichi per chi è stato eletto e di riduzione degli stipendi dei parlamentari per i quali la tassa di solidarietà raddoppia rispetto a quanto verrà pagato dai cittadini a partire da 90mila euro.

“Non condivido la strada della soppressione completa delle Province. L’unica strada sarebbe quella costituzionale. Noi abbiamo previsto la soppressione delle province che non raggiungono o i 300.000 abitanti o i 3.000 km quadri di superficie. Ma il punto riferimento è il censimento d’autunno. Ora non abbiamo numeri certi ma per dare un’idea della dimensione del taglio siamo tra le 29-35 Province”, ha detto il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli ricordando che per le province che rimarranno ci sarà un taglio del 50% per consiglieri ed assessori. “Attualmente c’é un amministratore locale ogni 428 cittadini, un rapporto poco sostenibile”. Con la manovra si passerà ad 1 amministratore “ogni 1.100 cittadini “.

Altri dati forniti da Calderoli: la manovra economica approvata dal governo prevede che le Regioni riducano i consiglieri del 20%, passando da un numero complessivo “di 775 consiglieri a 610″. E’ inoltre prevista la riduzione degli assessori e degli stipendi e l’istituzioni dei revisori dei conti anche per le Regioni. Alla fine  si passerà da “un rapporto tra popolazione e rappresentanti di uno ogni 428 cittadini, a uno ogni 1100 cerca”. “Accanto alla soppressione delle Province, ci sarà la corrispondente soppressione delle prefetture e degli uffici territoriali di governo”. Con la manovra si prevede “una “riduzione di quasi 50.000 poltrone politiche, elettive, alle quali si aggiungono diverse migliaia di dipendenti delle istituzioni che saranno soppresse”. Il ministro ha spiegato che “all’inizio di questa legislatura gli amministratori di Regioni, Province e Comuni erano 140.000 unità e con i vari interventi, compresa la manovra di oggi, a conclusione dei rinnovi elettorali passeremo da 140.000 a 53.000 con una riduzione di 87.000. Un taglio superiore al 60%”.

“A livello dei parlamentari già c’é stato un intervento degli uffici di presidenza di Camera e Senato con la riduzione delle componenti accessorie. Noi siamo intervenuti rispetto all’indennità fissata dalla legge e abbiamo applicato ai parlamentari quanto previsto per i dipendenti del pubblico impiego raddoppiando l’entità dei tagli: 10% tra 90 e 150.000 euro e 20% sopra i 150.000″.

Il segnale del governo, nel momento in cui il Pese è chiamato a duri sacrifici è chiaro,  anche se arriva con ritardo. Ma occorrerà attendere la conclusione dell’iter parlamentare per capire se questa strada verrà davvero percorsa fino in fondo dalla politica o meglio dai partiti, quelli che negli anni scorsi, mentre si parlava di tagliare le Province ne creavano di nuove, attesi su questo fronte a una prova decisiva per iniziare a recuperare parte della credibilità persa. Il cammino è appena iniziato e non può e non deve essere fermato. Il prezzo, e anche la “casta” dovrebbe capirlo, sarebbe troppo alto. La domanda infatti è: riusciranno governo e parlamento a usare l’ascia, avranno  la forza per farlo? Sono decisioni impopolari che arrivano a ridosso delle elezioni politiche 2013 e questa è una complicazione non di poco conto. Con il problemino in più che i tagli dei trasferimenti agli enti locali finiranno con il mettere in moto aumenti ulteriori dei balzelli locali a carico dei soliti noti, come è previsto da federalismo fiscale (che doveva essere, inutile dirlo, a costo zero…). Staremo a vedere.

Tagliare Province, ovvero feudi, poltrone, indennità, emolumenti e spese correnti orami diventate status per la “casta” è davvero un’impresa (da fare). Per questo calare la scure sui costi della politica non dovrebbe essere solo un atto governativo, ma parlamentare e bipartisan. E’ un atto dovuto al Paese. La politica sarà all’altezza del compito? Speriamo che non sia chiedere troppo a lorsignori visto che intanto si dà il via libera al prelievo straordinario su chi guadagna 90mila euro lordi all’anno (4mila netti al mese) e non si può certo definire “ricco”  facendo raggiungere all’Italia il poco invidiabile “primato” delle tasse sulle persone fisiche.

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