E così in Molise, alle elezioni regionali, il Pdl ha vinto. Di un soffio, ma ha vinto. Ma come, con la vittoria di Pisapia a Milano non era cambiato il vento nel Paese? Ma il Pdl con Berlusconi sotto attacco continuo, i dissidenti interni, la crisi economica, gli indignati, la scontro con Tremonti, le lacerazioni della Lega ecc. ecc. ecc. il centro sinistra non è riuscito a sfondare? Pare proprio di no, il governatore Iorio è stato rieletto per la terza volta. Il Pdl non è  in disfacimento e il Pd  ha incassato una sconfitta che brucia e provoca altre lacerazioni nel Partito Disunito, tenuto conto che l’Udc si è schierata dalla parte del centrodestra. Ovvio poi che la colpa di tutto sia del solito Beppe  Grillo che ha sottratto voti decisivi con le sue “cinque stelle”, come ripetono gli sconfitti stracciandosi le vesti.  Ma si sa, quello dei grillini è un voto difficile da intercettare… Detto questo, il caso Molise ha riacceso lo scontro tutto interno ai Democratici.

Veltroniani all’attacco.  Ecco l’analisi, impietosa della sconfitta, fatta dal senatore Giorgio Tonini. “L’esito negativo per il centrosinistra e soprattutto per il Pd delle elezioni in Molise impone una riflessione approfondita e non reticente degli organismi dirigenti del partito. Proprio perché Iorio si conferma presidente a fatica e per il rotto della cuffia, a dimostrazione di un giudizio severo dei cittadini sul suo operato alla guida dell’esecutivo regionale, è ancora più preoccupante il divario nel rapporto di forza tra le liste, con il 53 per cento per il centrodestra e il 38 per un centrosinistra al massimo della sua estensione: dall’Api di Rutelli fino a Rifondazione. Colpisce in particolare il risultato del Pd: cinque anni fa, la Margherita e i Ds avevano raccolto insieme 46 mila voti, pari al 23 per cento dell’elettorato. Ieri il Pd si è fermato a 17 mila voti, pari al 9,3. Quasi 30 mila voti e 14 punti in meno. Un risultato reso ancora più grave e allarmante dal fatto che dietro il Pd, non si intravede altro che una fila di micropartiti, nessuno dei quali ha beneficiato del tracollo dei democratici”. “Anche il raffronto, di per sè improprio, con le politiche del 2008 è sconsolante – aggiunge Tonini -: allora la coalizione di centrosinistra, con quasi 90 mila voti e il 45,6 per cento prevalse sul centrodestra (82 mila voti, 41,8 per cento). E il Pd, che pure dovette subire in Molise il vero e proprio exploit di Di Pietro, riuscì a raccogliere più di 35 mila voti, pari al 27,7 per cento, più del doppio dei voti e il triplo dei punti percentuali segnati ieri. C’è di che riflettere”.

“La gioiosa macchina da guerra non basta”. Anche Beppe Fioroni, altro esponente di MoDem, va all’attacco: “Il Pd deve scegliere l’Udc e l’alleanza con i moderati come prioritaria. «Dalle elezioni in Molise arrivano due preziosi suggerimenti su come si deve costruire una coalizione di governo. La prima è che il candidato governatore prende più del sei per cento dei voti delle liste del centrosinistra, va a lui quindi il ringraziamento perchè è lui, se mai, che ha fatto la rimonta. I voti alle liste di centrosinistra dimostrano che se qualcuno pensa di riprodurre la gioiosa macchina da guerra, questa da sola non basta”. E Fioroni aggiunge: “L’alternativa deve generare i contorni non di una torre di Babele incapace di governare ma di una forza di governo. Questa è una responsabilità che si deve assumere il Pd scegliendo l’Udc e l’alleanza dei moderati come prioritaria. Di Grillo o di qualcuno che sta più a sinistra il Pd ne troverà sempre uno perchè quella è un’area intasata di soggetti”.

D’Alema: “Dai veltroniani chiacchiere…”. “Il voto in Molise conferma la tendenza nazionale: il centrosinistra supera largamente lo schieramento di governo, senza l’Udc. In Molise, in 10 anni, non era mai accaduto. Grillo, come in Piemonte, aiuta la destra a rimanere il sella”. D’Alema non è d’accorco con chi parla di una flessione del Pd: “Flessione rispetto a cosa, alle poltiche? Ma il Pdl è passato dal 38 al 15! Non ha senso fare questi confronti perché le amministrative hanno una logica diversa”. E ai veltroniani dice ancora: “Se uno vuole strumentalizzare può dire quello che vuole, fa parte delle chiacchiere. Se si vuole l’analisi, invece, è un’altra cosa. Io mi occupo di analisi, non di dibattito interno al partito, sono presidente di una fondazione culturale, queste sono solo battute politiche alle quali risponderanno i membri della segreteria politica del partito. Fioroni e Tonini non rientrano nei miei interessi”.

“E se i candidati fossero troppo moderati?”. Ad alimentare lo scontro ci pensa anche il governatore piedino della Toscana, Enrico Rossi, che raccoglie consensi su su Facebook affermando: “Non è che a forza di cercare candidati moderati e andare con ostinazione verso il centro e poi se del caso ancora un po’ più in là (lontano dalla storia della sinistra e del popolarismo di origine democristiana) si finisce per favorire un candidato popolare pluri-indagato di destra?. Ho il sospetto che oltre al danno dei grillini ci sia anche quello di chi non sa mobilitare l’elettorato popolare di centrosinistra”.
“Il nostro candidato è andato bene, altrettanto non si può dire della larga alleanza che lo ha sostenuto. Ovvero l’esatto contrario di chi in queste ore addebita la sconfitta all’ostinazione del Pd di cercare un profilo moderato”, replica il senatore toscano Andrea Marcucci, che definisce “molto originali” le interpretazioni “sul profilo moderato del nostro candidato” in Molise che “ha beneficiato di un largo voto disgiunto”. A perdere consensi, aggiunge, sono stati “i partiti del centrosinistra, in uno schieramento largo e indistinto”. Ed Enrico Gasbarra, deputato ed ex presidente della provincia di Roma: “Individuare nel candidato moderato la causa mi sembra politicamente superficiale e aritmeticamente infondata”.
Ma i fans di Rossi – scrive l’Ansa – non sono della stessa idea. Il post del presidente è stato uno dei più commentati del suo profilo: si va da un sintetico “Alleluja presidente” agli inviti ad approfondire l’ipotesi di alleanza con i ‘grillini’, dalla richiesta di una ‘disinfestazione’ interna al Pd a quella dall’Emilia Romagna, con tanto di cuoricini, di Enrico Rossi come presidente pure di quella regione. Ma soprattutto un coro di consensi e di inviti ad “ascoltare di più la base”, fino al desiderio (per ora) proibito: “Presidente, vorrei fosse lei il segretario del Pd”.
Che dire. Il Pd di Bersani compatto e pronto alla sfida elettorale con Berlusconi? L’Unità di un tempo forse avrebbe scritto: “Contrordine compagni, forse ancora no…”.

 

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