Mentre infuria la polemica sui mammoni e sull’illusione del posto fisso garantito (copyright ministri Cancellieri e Fornero) che scandisce, con qualche preoccupazione da parte del premier Mario Monti, la marcia di avvicinamento alla riforma del lavoro che nelle intenzioni del governo dovrà portare più flessibilità in entrata, riduzioni dei contratti atipici, del precariato figlio dell’articolo 18, e introdurre la flessibilità in uscita, si alza il livello di guardia nella sinistra e inevitabilmente, nel Pd.

Il partito di Bersani infatti è diviso: chi sta con il governo, chi con la Cgil  (la Camusso è ferma sul punto, Cisl e Uil vogliono comunque discutere o meglio “concertare”). E quando si arriverà al voto in Parlamento non sarà una passeggiata, perché anche i piddini si conteranno e potrà succedere di tutto. Così Bersani dice a Repubblica: “I partiti non possono permettersi di accendere fuochi. Noi stiamo zitti e non interferiamo su questo tema. C’è un tavolo del governo con le parti sociali. Accetteremo qualunque accordo nato in quella sede. Abbiamo le nostre proposte innovative che non toccano l’articolo 18. Ma non escludiamo perfezionamenti nella sua gestione a cominciare dai percorsi giurisdizionali. Vorremmo rivoltare l’agenda partendo dalla domanda: come si crea un po’ di lavoro?”.

Ma da sinistra-sinistra arriva Nichi Vendola che sventola come fosse una clava la bandiera rossa in stile bertinottiano (ricordate la battaglia di Rifondazione sulle 35 ore?) e avverte: “L’idea di modificare l’articolo 18 equivale a una dichiarazione di guerra di classe“. Nichi spiega infatti, intervistato dal free press Pocket: “Le risposte di Monti non sono molto diverse da quelle di Tremonti, se non in termini di stile. E dunque avanti con l’attacco ai ceti medio-bassi, col razionamento delle risorse del welfare, con una gigantesca opera di propaganda che spaccia il topolino delle liberalizzazioni come la montagna in grado di invertire la decrescita economica”. Poi rispolvera la foto del “patto di Vasto” che pare sempre più ingiallita: “Non vogliamo porre veti aprioristici a una qualche forma di accordo con i moderati. Ma se accordo vuol dire suicidio per i progressisti e incoronazione dei moderati, allora è inutile anche parlarne. Non ci tengo a morire democristiano”.

E rincara la dose: “Il popolo (non i partiti) hanno cambiato Milano e Napoli, è il popolo che con il referendum e le amministrative ha dato una risposta inequivocabile alle culture liberiste… In Europa dalla terza via di Blair, a Schroeder, al socialismo mediterraneo, la sinistra è slittata sul terreno di un neo-liberismo temperato. Ma questa opzione è fallita: la sinistra che governava il 90% dei Paesi europei produce l’Europa di oggi che al 90% è governata dalla destra”.

Parole chiarissime per chi ha orecchi per ascoltare, nel Pd. Rivolte all’ala del partito malpancista che vede come il fumo negli occhi neo-montiani alla Letta e riformisti e per ora tiene sulla linea del patto Bersani-Camusso sulla riforma del lavoro (leggi: Cgil e Pd tentati dalla piazza). E rivolti all’ala massimalista del Fiom… Vendola gioca le sue carte, pronto a raccoglie delusi e disullusi nella braccia del Quarto Polo che vuol mettere in piedi con Di Pietro. Pronto a guidare la nuova lotta di classe e a forzare la mano al Pd anche perché teme che passi una riforma elettorale in grado di rafforzare il bipolarismo e tagliare di fatto le unghie a partiti minori ( che sul fronte opposto vede impegnata nel fuoco di sbarramento anche la Lega). Vendola non solo non vuole morire democristiano, ma a quanto pare nemmeno piddino. Bersani è avvertito.

Il Wall Street Journal: l’art. 18 relitto degli anni ’70, aumenta la disoccupazione di Domenico Ferrara

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