E’ entrato a piedi uniti nel dibattito su welfare, riforma del lavoro e articolo 18, Walter Veltroni. E ha picconato il Partito Disunito (come ho da tempo definito il Pd). Un modo anche per rientrare nel gioco, dopo il brusco “fatti da parte” imposto dai dalemian-bersaninai. Magari con il sogno nel cassetto di riciclarsi come leader “montiano” del centrosinistra. Ma resta il fatto che l’uscita sull’articolo 18 fatta dall’ex segretario piddino è dirompente. Del resto avevo scritto che quella sull’articolo 18 per i Democratici e la Cgil sarebbe stata una sorta di “madre di tutte le battaglie politiche“, il punto di non ritorno nello scontro fra riformisti e massimalisti, “modernizzatori” e “conservatori” che con l’avvento del governo “tecnico” del professor Mario Monti  fa esplodere le troppe, tante contraddizioni di una partito mai veramente unito.

Con esiti imprevedibili. L’uscita di Veltroni che rimarca l’importanza di cambiare il mercato del lavoro italiano senza tabù su materie come l’articolo 18, definiti  “santuari del no che hanno paralizzato l’Italia per decenni“, è un masso lanciato nella palude (artificiale) dentro alla quale il segretario del Pd Bersani e la segretaria della Cgil Camusso hanno infilato il partito per far emergere una linea unitaria (corroborata da una campagna di comunicazione a tutto campo culminata con l’assolo della Camusso da Fabio Fazio che ha fatto infuriare il leader della Cisl Bonanni) che in realtà non esiste. Non esiste nel partito, dove è cresciuta una forte componente anti massimalista definita come il “partito di Monti“, nè tantomeno nei gruppi parlamentari dove esiste una forte componente di deputati e senatori nominati da Veltroni quando era segretario.

E che la tensione sia alle stelle perché la “scissione” sulla linea è ormai certificata, lo dimostra la reazione di Stefano Fassina, il responsabile economia del Pd bersaniano che ha subito bollato Walter dalla sua bacheca Facebook come “berlusconiano“. Una vera e propria scomunica, questa, con cui Walter è additato a militanti e base come una sorta di apostata. Scrive Fassina: “La prima regola per un dirigente nazionale sarebbe quella di affermare la posizione del partito di cui è parte. La posizione del Pd sul mercato del lavoro e sull’art.18 è diversa dalla tua, ovviamente legittima, ma minoritaria nel partito e più vicina, invece, alla linea del ‘pensiero unico’ e alle proposte del centrodestra (è una constatazione, un fatto, non un’inaccettabile accusa di intelligenza con il nemico)”.  Che riesuma per la bisogna quella mitica definizione di “pensiero unico” tanto cara alla dialettica (e alla retorica) di Fausto Bertinotti. Sarà un caso, questo, ma certo richiama l’altra faccia della medaglia, il terzo interlocutore scomodissimo fra Veltroni e Bersani: Nichi Vendola… Il “rosso” figlioccio politico di Bertinotti che vuol prendersi il Pd e alle primarie stanga con la vittoria dei suoi candidati l’ex Balena Rossa.

Veltroni dopo un lungo silenzio, dopo un finto armistizio con Bersani, strappa la foto di Vasto e subito è bollato (lui che ha detto in tempi non sospetti e con troppa disinvoltura, di non essere mai stato comunista) come pidiellino. Scomunica estesa ovviamente a tutta l’ala filo-Monti del Pd, da Letta in giù… Il re (Bersani) è stato denudato, insomma, e per parare il colpo basso bisogna alzare il tiro (chissà che a qualcuno non venga voglia di imbastire in bel processo politico stile vecchio Pci). Ma al di là della demonizzazione politica con corollario di polemiche pro o contro, resta il fatto che stavolta lo strappo è consumato. Inutile giraci attorno o metterci la sordina. Ed è arrivato dopo “l’invito” del presidente Napolitano ad aver il coraggio sul lavoro, di guardare avanti, di prendere atto che il mondo è cambiato e – aggiungo io – le battaglie di retroguardia sono solo il prologo delle sconfitte. In questo caso del Paese. “La coesione sociale è importante per la crescita del paese e non significa immobilismo ma mettere in piedi un sistema di welfare e sicurezza sociale diverso da quello che è stato creato in passato”, dice il Presidente della Repubblica. E il premier Monti, a scanso di equivoci, ribadisce: “Siamo molto fiduciosi che entro la fine di marzo presenteremo al Parlamento un provvedimento con l’accordo delle parti sociali. Lo presenteremo comunque, speriamo con l’accordo delle parti sociali”. Tradotto: la riforma di fa, con o senza accordo. Perché “si possono fare riforme in Italia e la gente e in grado di capire“.  Vallo a spiegare al duo Bersani-Camusso, quando al dunque ci sarà da votare il Parlamento…

Con il “terzo incomodo” Vendola che va subito all’attacco: “Io spero che alla destra di Berlusconi e alla destra di Veltroni, si possa immaginare di contrapporre il sogno di un centrosinistra, cioé di una coalizione che abbia un programma in cui i diritti umani, i diritti di libertà e i diritti sociali possano essere la farina e l’acqua con cui si costruisce il pane della buona politica. Vorrei che coloro che indicano nell’abolizione dell’articolo 18 il terreno della modernità e del riformismo, ci spiegassero perché”.

Sullo scontro nel Pd, interessante l’analisi, sul Giornale, di Fabrizio Rondolino: “Sull’articolo 18 Veltroni licenzia il boss Bersani“. Ultima notazione: l’uscita di Veltroni disturba il manovratore (Bersani) anche su un altro terreno scivoloso: quello delle alleanze in funzione elettorale. Vedremo le prossime puntate. E voi cosa ne pensate, meglio il Pd di Veltroni o quello di Bersani?

IL PD PREPARA LA RIVOLTA: ABBONDONARE BERSANI PER NON LASCIARE MONTI di Laura Cesaretti

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